di Sabrina Robotti *

Forse abitiamo una nuova casa, dove tra presenze ed ombre il narcisismo fa capolino. Con fascino e seduzione sì, perché non c’è il bisogno di dominare con prepotenza gli altri: basterebbe ottenerne l’ammirazione. Ci stiamo ancora ambientando, ma questa casa appare spoglia, superficialmente. E che l’ammirazione sia un bisogno vitale forse è risaputo, ma chi si muove e cresce tra queste stanze?

Tra presenze ed ombre, un bambino non amato può diventare un bambino ammirato, e può rincorrere questa ammirazione affinchè tutto quello che c’è di buono lo vedrà dentro di sé, non aspettandosi niente da fuori: “Io ho tutto, io sono tutto, io non ho bisogno di nulla”. La casa così, rimane vuota.

Fascino e seduzione per un qualcosa, come il narcisismo, che non passa mai di “moda”, ma Narciso non è innamorato solo di sè stesso. Lo scopo è quello di offrire un contenuto a questa casa vuota, costruirne la sostanza. Ed è così che immagino di descrivere il narcisismo: perché Narciso è un inno alla Bellezza che va preservata, ma: <<L’acqua è superficie e profondità, riflesso e immersione, non è solo uno specchio freddo senza interiorità. L’acqua è anche la sorgente, la forma liquida della psiche, il richiamo dell’origine>> (Lingiardi, 2021). Narciso ne porta il peso, perché continuamente ha a che fare anche con il nucleo rovente della sua esistenza, che non sale in superficie. Egli volutamente deforma la sua bellezza. Narciso è l’ombra del fiore abbandonato, perché del suo corpo sfigurato resta un fiore.

Ma oggi, quanto valore attribuiamo allo “sguardo” del mondo esterno? Winnicott (1967) dichiara che lo specchio del bambino è il volto della madre. Raramente, quando è ancora piccolo e si guarda allo specchio il bambino è solo: la scoperta dello specchio presuppone un’esperienza precedente in cui il bambino è stato già “rispecchiato” dallo sguardo materno che è il precursore dello specchio. Ma Narciso soccombe proprio nel momento in cui raggiunge il culmine evolutivo della fase dello specchio, da lì non riesce a liberarsi. È una fascinazione sì, la quale, talvolta, entra anche nelle nostre stanze di lavoro, ma ingannevole.

<<Ma Dottoressa S., come fa? Quali doti straordinarie ha e quante storie ascolterà così?>>: l’intensità attraverso cui veniamo riconosciuti non riguarda solo il percorso umano ed emotivo di coloro che chiedono il nostro aiuto, bensì anche la nostra esperienza di terapeuti alle prese con noi stessi, i nostri limiti e il ruolo, talvolta ingombrante, che dobbiamo abbandonare per lasciar spazio a un buon percorso terapeutico con i pazienti. Ciascuno di noi ha bisogno di sentirsi riconosciuto e amato come persona nella sua unicità, ciò che può variare rimanda sempre al valore che attribuiamo agli sguardi che ci circondano, fuori e dentro la stanza con i nostri pazienti.

Tuttavia, il narcisismo non sarebbe una perversione, bensì: <<(…) Una componente del quale è legittimamente attribuita ad ogni essere vivente>>(Freud, 1914): quindi la nostra è una società narcisistica? Forse, probabilmente rinforzata da messaggi esterni più o meno espliciti. Dato questo ambiente culturale, <<E spesso problematico determinare quali tratti indichino un disturbo di personalità narcisistico e quali tratti siano dei semplici adattamenti culturali>> (Gabbard, 2007).

La psiche può riparare la propria impotenza di fronte a situazioni che la sopraffanno rifugiandosi, come in una continua lotta per difendere il proprio equilibrio: un bambino usato, inascoltato, calpestato, invaso sarà un adulto impossibilitato ad essere se stesso, obbligato a recitare una parte che non gli appartiene per poter immaginare di essere adeguato e una persona eccezionale e speciale: c’è una profonda confusione nella dimensione narcisista, per lui non è chiaro dove sia l’amore e cosa sia il legame, la relazione.

Quanto vale l’Altro? Valori e credenze non vengono riconosciuti; non c’è possibilità e capacità di attaccarsi a qualunque oggetto al di là di sé stesso, di costruire movimenti relazionali volti al riconoscimento dell’altro come oggetto autonomo, degno di esistenza e considerazione affettiva (McWilliams, 1994): l’oggetto primario nega l’indipendenza e l’appoggio.

In accordo con McWilliams (1994), <<Il costo più pesante di un orientamento narcisistico è l’arresto della capacità di amare>>, drammatico risultato del messaggio ambiguo del genitore che per essere molto apprezzato, pone il bambino in una posizione di scacco da cui origina il timore di un rifiuto e la scoperta dei propri sentimenti ostili o egoistici.

Se per conoscere se stessi è infatti necessario conoscere e ri-conoscersi nell’altro, di fatto colui al quale sarà stato negato un amore primario profondo, non sarà capace di riconoscersi e resterà incastrato, come Narciso, nella contemplazione di un riflesso che resta estraneo: <<Narciso sente che la sua bellezza continua, che non si è completata, che occorre completarla>> (Lingiardi, 2021).

Oggi, il confine tra narcisismo sano e patologico è difficile da tracciare, perché nel parlare di narcisismo non si può non considerarne la fase evolutiva in cui si trova e contestualizzarla in un sistema socio-culturale. In generale, il narcisismo sano è dato dalla capacità di un individuo di mantenere un equilibrio oscillatorio sufficiente tra gli investimenti affettivi che riguardano il proprio Io: l’amore per se stessi e gli altri. In un continuum che va dal tratto alla patologia, vari autori hanno portato l’attenzione sul definire chi bussa alla nostra porta, proponendo di recente di suddividere in due gruppi la varietà narcisistica (Gabbard, 2007): il primo in cui prevalgono atteggiamenti caratterizzati da sentimenti di grandezza ed esibizionismo (narcisista-overt) e l’altro da vulnerabilità e ipersensibilità (narcisista-covert).

Il narcisista-overt ha un costante bisogno di ammirazione, appare sicuro e svalutante. Esibisce grandiosità, mostra un evidente distacco emotivo, domina e denigra le relazioni affettive fino a evitarle.

Con un atteggiamento sprezzante e superiore, presenta la necessità di comandare le aride relazioni sociali che lo circondano. Si può parlare di narcisista-overt come il risultato della grandiosità difensiva, come risultato dell’insensibilità dei genitori ai bisogni emotivi di un bambino (Kernberg, 1975). Oppure, come la trasformazione arrestata della grandiosità infantile che avrebbe dovuto produrre una forma più sana di autostima (Kohut, 1976).

Il narcisista-covert è introverso, rumina costantemente ed è altamente sensibile ai giudizi e alle critiche. I sentimenti di grandiosità sono camuffati da riservatezza, segni depressivi e una falsa modestia. Approvazione e riconoscimento altrui sono elementi centrali e la mancanza di questi o, peggio, la critica, vengono vissuti come veri attacchi all’Io dai quali proteggersi.

Ma dov’è il confine in questo continuum? Esiste davvero un narcisismo sano? E se c’è un narcisismo sano, benché sia presente una certa tendenza alla perfezione, la persona può decidere di prendere quello che vuole dalla vita, sentire il bisogno di farsi vedere per quello che realmente è, nel rispetto dei propri limiti e dove principalmente sia consentito un contatto e scambio autentici con l’Altro.

Siamo arrivati al nocciolo della questione: manca il nutrimento, come un bambino denutrito del cibo essenziale ai fini della crescita e dello sviluppo di sé: la relazione. Ed è la propria trama relazionale che verrà messa in scena in ogni relazione prossima, compresa, ovviamente, quella con il terapeuta: <<Il desiderio come desiderio dell’Altro mostra che il desiderio umano ha una struttura relazionale. Esso proviene dall’Altro e si dirige verso l’Altro>> (Recalcati, 2012).

E allora, che funzione ha il terapeuta? La relazione terapeutica, congruente ed autentica, può diventarne la cura per colui che è esperto nell’identificare se l’altro sta usando il suo falso sé: <<Buongiorno dott.ssa, oggi è diversa, ha una luce diversa. È una bella giornata per Lei?>>

Che illusione quella di collegare un tratto caratteriale, probabilmente generata dalla trasversalità della dimensione narcisistica. Per di più, accettando di essere idealizzati, si accetta di smettere di esistere come esseri umani, di avere una propria soggettività, fatta di sensazioni, desideri, pensieri e punti di vista su come funziona il mondo.

Il lavoro nella stanza può presupporre tre fattori indispensabili per lo sviluppo di un Sé coeso, tra loro indissolubili: idealizzazione, legata allo sviluppo di una imago parentale idealizzata; rispecchiamento con le figure primarie o oggetti-Sé, la cui mancanza riflette un transfert speculare con l’analista; ed empatia, reale imputato nell’esperienza traumatizzante (Kohut, 1976). Un fattore terapeutico che ha un ruolo importante in questi casi è l’esperienza emozionale correttiva (Alexander, French, 1946), la quale rende l’Altro-paziente capace di tollerare con successo nuove esperienze di vita e di fronteggiarle con un appropriato sincronismo di esperienze extra ed intra terapeutiche.

Ri-vivere, dentro e fuori la stanza, le antiche esperienze cogliendone il significato traumatico, dovrebbe, secondo Kernberg (1975), permettere di liberarsi dell’aggressività “venendo a patti col passato”.

Tra le storie che incontriamo, ci sono anche quelle di bambini che, come L., vivono sotto assedio, in uno stato di incessante valutazione, che anche quando si trasforma in ammirazione genitoriale, induce nel bambino il sospetto preoccupante di non meritare un tale apprezzamento e lo costringe a vivere ogni esperienza come performance in cui mostrare nuovamente il proprio valore, raggiungere premi e obiettivi quotidiani: ma che confusione! Si potrebbe pensare e parlare di confusione emotiva?

I bisogni narcisistici dei genitori plasmano nel figlio l’incapacità di discernere tra le proprie emozioni e gli sforzi per compiacere gli altri: un bambino affinché possa svilupparsi adeguatamente ha bisogno di genitori capaci di farsi investire narcisisticamente, che si comportino in maniera rispondente alle esigenze di Oggetto-sé del bambino (Kohut, 1976), tuttavia fornendo anche alcune delusioni tollerabili e frustrazioni ottimali che gli consentano di costruire le strutture interne in grado di sostenere una qualche tensione narcisistica. La continua ricerca del proprio riflesso negli occhi dell’Altro, ogni giorno e sempre più, diventa uno dei tratti comuni dei soggetti narcisisticamente strutturati, che sono spesso incalzati da sentimenti di vergogna ed invidia quando i riconoscimenti esterni scarseggiano: <<Il velo che impedisce a Narciso di ri-vedersi nel suo stesso riflesso>> (Lingiardi, 2021).

Qui, l’Altro diventa qualcuno da invidiare, in un attacco predatorio grazie al quale il soggetto crederà di confermare la propria percezione esistenziale e di sfuggire alle proprie angosce persecutorie, ma che in realtà servirà soltanto ad accrescere l’intensità delle stesse.

Potremmo trovarci di fronte a genitori inabili nel cogliere bisogni e desideri del bambino, e quest’ultimo può manifestarsi non tanto per ciò che egli è, quanto per ciò che dovrebbe essere, fornendogli in tal modo un’immagine interna distorta ed illusoria. Kernberg (1970)sottolinea l’importanza della prospettiva sull’invidia sviluppata da Melanie Klein (1975), fondamentale per i pazienti con tratti narcisistici: l’invidia, la competitività e l’aggressività sviluppate da Melanie Klein (1975) possono essere sentite da entrambi i membri della diade terapeutica. Spesso quando si parla di narcisismo ci si focalizza sui bisogni e i comportamenti del narciso. Ma nelle relazioni, di ogni tipologia e natura, la dinamica è sempre co-determinata.

Ogni essere umano è per forza sempre un misto di forze e debolezze, luci e ombre. Eppure, a volte tenere insieme il puzzle non è facile. È molto più seducente credersi speciali, non-umani: tra le storie c’è quella di un ragazzo, come A., particolarmente sensibile ai messaggi non verbali dei genitori, contraddistinto dalla capacità quasi soprannaturale di scrutare gli atteggiamenti degli altri e di carpirne le più segrete aspettative e farle sue.In questo caso, la difesa centrale è l’identificazione inconscia con tutto ciò che è buono, non solo in sé ma anche negli altri. Tutte le buone qualità degli altri idealizzati, che si vorrebbero per sé, vengono riferite a sé stessi.

Ma dove va a finire l’aggressività? Viene mascherata da bontà e indipendenza, così ideale da non aver bisogno di nessuno: senza gravi conflitti con gli altri ma talmente perfetti da poter essere contenti e soddisfatti.

Come in F., dove una sua organizzazione narcisistica poté creare un rifugio psichico (Steiner, 1996) nel quale nascondersi per non farsi vedere. Ma adesso il rifugio non è più disponibile, e diventa necessario affrontare una realtà ostile prima di essere pronto a farlo sentendosi osservato, giudicato e disapprovato. Vedere ed essere visto, significa uscire da un rifugio psichico: l’aspettativa di uno sguardo ostile diventa realtà e da questa adesso bisogna difendersi.

Un narcisismo vulnerabile, dove l’Altro può provare il desiderio segreto di esibirsi in modo grandioso, è uno specchio fragile: sentendosi “catturato” da qualcuno che lo osserva sensibilmente, può venire a galla un doloroso senso di umiliazione, di vergogna o imbarazzo. L’Altro narcisista nella stanza vuole essere visto (Steiner, 1996), ma la vulnerabilità che sente lo rende terribilmente ambivalente sull’essere esposto.

Un mondo frastagliato e superficiale lo circonda: le relazioni sembrano bruciare ardentemente al fuoco dell’idealizzazione iniziale, per poi spegnersi altrettanto velocemente nell’implacabile incedere delle richieste di attenzioni altrui. Accade frequentemente che l’altro, dapprima idealizzato, una volta mostrato il suo vero volto, perda di attenzione agli occhi del narcisista, il quale deluso, volge il proprio interesse verso nuovi investimenti, dando vita ad un movimento che raggiungerà il suo apice sempre nello stesso esito: <<Un modo di spremere gli altri per lasciarseli poi alle spalle svuotati>> (Gabbard, 2007).

E allora cosa prova l’Altro?Un profondo senso di vuoto e di mancanza di significato che questi individui cercano di affrontare rincorrendo continuamente conferme esterne.

Nell’Altro narcisista grandioso o overt, lo specchio riflette sì fascino e attenzione e dietro potrebbe nascondersi un bambino impacciato, tuttavia manifeste e spettacolari rimangono fantasie di successo, potere, bellezza e ammirazione che talvolta sembrano pervadere la stanza. Viceversa, nell’Altro narcisista autocritico e depresso o Covert, il riflesso nello specchio è quello di un’immagine grandiosa della persona che egli vorrebbe o potrebbe essere ma che, allo stesso tempo, nasconde.

Entrambi però, con un fattore comune primario: <<Sentimenti di vergogna, debolezza, inferiorità e comportamenti compensatori attraverso cui riparano il loro senso di inadeguatezza, la loro ferita narcisistica>> (McWilliams, 1994).

Altre storie potrebbero rimandare al genitore che ha avuto un forte bisogno di essere gratificato dal figlio in modo particolare e disfunzionale: ‘ti motivo al punto di farti diventare quello che voglio io’.

Una grandiosità ego sintonica quella di M., ed è ovvio il suo senso di superiorità, una seduzione che è l’espressione della ricerca narcisista dell’altro, dove ci si aspetta solo che si ammiri e rispecchi il suo sè grandioso, nonostante regnino disinteresse e indifferenza. Questo, nella relazione terapeutica si trasforma in noia, inutilità e talvolta irritazione nel terapeuta che controtransferalmente rimane immobilizzato nel ruolo di uno spettatore passivo ed inutilizzabile. Oppure sono la vergogna e l’umiliazione ad essere al centro della relazione, spesso asimmetrica, andando così incontro a sentimenti cronici di inadeguatezza, impotenza e disperazione.

‘Se mi convinco che ce la posso fare e sono già diventato come l’altro mi vuole’: non sento me stesso. Il no diventa il confine per A.: non impegnarsi nelle relazioni è il suo unico modo per mettere un confine, per dire un no, ma in modo mascherato. Se si impegna per lui è un pericolo reale, una “fregatura totale”, perché non avendo un confine, non può dire no e continuerà ad abusare di sè.

L’adulto narcisista forse è stato un bambino utilizzato dal genitore come la “discarica” del suo dolore, inoltre da piccolo potrebbe essere stato costretto a dissociarsi dalle emozioni oppure assecondare il persecutore interno: ‘devi essere di più, non è mai abbastanza quello che sei e che fai!’.

I genitori hanno trovato nel Falso sé del figlio il desiderato regalo narcisistico come sostituto delle loro strutture mancanti e che, come A., non ha potuto dar forma a strutture proprie, dipendendo così dai genitori prima consciamente e poi inconsciamente (Winnicott, 1967).

E <<Se sono interiormente convinto di avere qualche mancanza e di essere continuamente a rischio di venire scoperto delle mie debolezze, sarò invidioso di coloro che appaiono soddisfatti o che hanno quelle risorse che secondo me potrebbero compensare le mie mancanze>> (McWilliams, 1994).

Per il terapeuta è fondamentale conoscere la propria verità per aiutare l’altro. Nella relazione d’aiuto ci alleniamo a conoscere e riconoscere il falso sé, necessario interagire in modo apertamente e lealmente vero. Nella disorganizzazione del bambino è presente anche la ribellione: “non voglio diventare quello che tu vuoi” e per non impazzire si adatta all’altro.

Ma l’Altro narcisista non potrà mai sentirsi sicuro e soddisfatto, ma tenderà sempre alla ricerca di un nuovo confronto con soggetti da depredare per colmare le mancanze che lo devastano.

<<E così, il desiderio di distruggere diventa ancora più forte di quello di possedere>> (Kernberg, 1975): l’origine del narcisismo non è imputato a un vuoto affettivo dell’infanzia, quanto alla natura costituzionale del soggetto; come legare a filo doppio il narcisismo patologico con la presenza di invidia e aggressività intollerabili e di parti non integrate: un sano narcisismo può diventare realtà quando immagini buone e cattive vengono integrate in un’immagine totale del Sé.

Tuttavia, rabbia e aggressività compaiono anche nella relazione analitica come conseguenti alla vulnerabilità del sé del paziente e sono tanti i tentativi che l’Altro può fare per continuare a crescere nonostante le avversità: <<Proprio come l’albero, entro certi limiti, sarà capace di crescere intorno ad un ostacolo in modo tale da essere in grado di esporre alla fine le proprie foglie ai raggi solari che contengono la vita, così il sé, nella sua ricerca evolutiva, abbandona lo sforzo di continuare in una particolare direzione e cerca di muoversi in un’altra>> (Kohut, 1984).

L’invidia diventa così un elemento funzionale alla sopravvivenza del narcisista covert, il quale, in sua assenza, dubiterebbe dell’esistenza del suo stesso sé: ed è per questo che, per quanti successi e affermazioni conseguirà, non potrà mai sentirsi sicuro e soddisfatto, ma tenderà sempre alla ricerca di un nuovo confronto con soggetti da depredare per colmare il vuoto esistenziale che lo pervade. Intrappolato, muove lui stesso le fila delle sue relazioni: fidarsi e lasciarsi andare diventano un ostacolo quasi insormontabile nella relazione terapeutica.

Ma secondo Anzieu (1985) il setting e la relazione analitica sono capaci di far vivere all’Altro, insieme al terapeuta, un contenitore io-pelle che richiama l’origine: attraverso i diversi strati di cui la pelle psichica è formata, il paziente si sente protetto, libero e ascoltato delle sue sensazioni ed emozioni più profonde.

<<Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni a noi inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi, “riparare i guasti”, riacquisire la nostra integrità perduta. Fare questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l’unica che ci dia la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile, e tuttavia così crudele, dell’infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa>> (Miller, 2008):riparare chi cresce nella sua grandiosità per tollerare le inferiorità e ripararne l’amore.

In questo modo, Narciso e i protagonisti delle storie raccontate qua e là non sono innamorati solo di sé stessi, ma c’è anche la possibilità di dare loro uno spazio terapeutico e una relazione, in un tempo ragionevolmente adatto ai loro bisogni espressi e nascosti: felicità e dolore, presente e passato possono ora essere pensabili, insieme ad un compagno fidato che fornisca supporto, incoraggiamento, comprensione (Bowlby, 1989). E se c’è uno scopo terapeutico, potrebbe essere proprio quello di accettarne il ruolo di compagno e di guida lungo la strada.<<Se uno si trova a percorrere una giungla sconosciuta ha bisogno di qualcuno che sappia attraversare quel territorio senza correre pericoli o girare in tondo. Tuttavia, non è necessario che la guida sappia esattamente in che punto usciranno dalla foresta; è sufficiente che abbia i mezzi per rendere sicuro il viaggio>> (McWilliams, 2006).

Un nuovo terreno sul quale costruire e abitare una nuova casa, dove adesso ci sono presenze e non ombre; dove rimane il fascino, ma non sarà superficiale. La casa non è più vuota, spoglia: la abitano amore e verità per quello che facciamo nella stanza con l’Altro, ogni giorno. Dove ‘io non ho tutto e non sono tutto, ma ho bisogno dell’altro autentico per essere’.

BIBLIOGRAFIA

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Steiner J. (1996), I rifugi della mente. Bollati Boringhieri, Torino.

Winnicott D. (1967), Gioco e realtà. Armando Editore, Roma, 2005.

*Sabrina Robotti è psicologa, specializzanda in psicoterapia