di Fabio Madeddu *

Esiste una tradizione che suggerisce da tempo un legame fra periodi storici e forme di disagio psicologico e alcuni di questi stessi periodi divengono segnati da tali suggestioni.

Sono “manifestazioni socialmente sensibili” (Paris, 2013) e in ogni periodo storico possono essere isolati un insieme di sintomi (Shorter, 1997). Ad esempio per Paolo Mantegazza, l’Ottocento era un secolo inquieto e teso. Era un monzese dai vari talenti: fu protagonista con altri delle Cinque Giornate di Milano, romanziere, nonché sessuologo e, per quello che ci riguarda, pubblicò nel 1886 un volume dal titolo suggestivo: “Il secolo nevrosico”. In Europa non fu il solo a caratterizzare l’Ottocento come correlato al ‘nervosismo’ e alla tensione: vi fu una nevrastenia legata allo sviluppo delle ferrovie, in piena industrializzazione. Questa stessa tensione creò poi i presupposti dell’isteria in Charcot e in Freud e non è infrequente associare alla fin du siecle le grandi aule ad anfiteatro di Charcot stesso, con le esibizioni nelle aule mediche di grandi isteriche come Blanche; era una donna di umilissime origini che divenne una sorta di star parigina per la sua facilità a cadere in trance. Da lì a poco e con ben diversa appartenenza sociale, compariranno invece le isteriche alto-borghesi di Freud, che prendono la scena soprattutto grazie all’apparato clinico di svelamento freudiano. Non più spazi universitari, ma studi raccolti, attenti, accoglienti. <<Si comporti come un viaggiatore che segga al finestrino di una carrozza ferroviaria e descriva a coloro che si trovano all’interno il mutare del panorama davanti ai suoi occhi>> (Freud, 1913). E ancora: “Quando invito qualcuno a dire ciò che gli viene in mente a proposito di un determinato elemento del sogno, è come se pretendessi da lui che si abbandoni all’associazione libera tenendo fissa una rappresentazione iniziale. Questo richiede uno speciale atteggiamento dell’attenzione, che è del tutto diverso da quello che si ha nella riflessione e che esclude la riflessione”.

Ambienti dedicati e metodi che si definiscono nel tempo e danno il via aduna cultura dell’ascolto e del sospetto, dove si impone la forza della sessualità, con il nascere di quella straordinaria avventura che è stato il procedimento analitico. Sono temi che hanno oltrepassato con rapidità il confine del “trattamento” per divenire pienamente uno dei caposaldi culturali di un’epoca, dove si scendeva nelle oscurità dell’inconscio, vincendo resistenze tenaci. Lo scenario analitico, il teatro privato di Anna O. oppure di Dora, pazienti e in qualche modo eroine della storia della psicoanalisi, divengono un paradigma culturale; da lì in poi abbiamo imparato che tutti noi mettiamo in scena celando e rivelando, qualcosa di straordinariamente segreto. Freud mise dunque insieme nervosismo e sessualità, rendendo esplicito il legame e facendo divenire appunto la libido il motore primo della rappresentzione e del disagio, addirittura dell’intera civiltà occidentale.  Letteratura, cinema, teatro, arti figurative: nessuna di queste è passata indenne dalle contaminazioni freudiane, che hanno forse raggiunto l’apice nei film di Hitchcock, con le sue eroine algide e spesso colme di un passato inconfessabile. Ma si può ricordare anche Salvador Dalì nelle sue raffigurazioni oniriche quasi didascaliche per noi, ma avvincenti e perturbanti per i suoi contemporanei. La prima parte del libro di Eric Kandel – Premio Nobel per le ricerche sulla memoria nel 2000 – definisce quest’intera epoca come ‘L’età dell’inconscio’ raccontando una Vienna dove lo Schintzler di ‘Doppio Sogno’ incontrava Klimt, Schiele e Kokoschka. Fra loro e con loro Freud stesso.

Un grande paradigma segnò un’epoca in modo ineluttabile fino forse al secondo conflitto bellico dove “il sonno della ragione” si manifestò con ben altri mostri rispetto alla tutto sommato relativamente innocua e borghese sessualità repressa e liberata. Se è vero come scrive Innamorati (2023), che “La storia della psicoanalisi (come di tutte le psicoterapie) è anche la storia dei suoi pazienti”, Dora, Blanche o Anna O. (ma anche il piccolo Hans e il Richard della Klein) difficilmente potrebbero oggi divenire protagonisti del nostro immaginario. La sensibilità dell’epoca transita nel dopoguerra dalla centralità dell’inconscio alla rilevanza diffusa dell’inquietudine, dell’interrogare sé stessi alla ricerca di un senso, di una individuazione. E’ del 1947 il componimento di Auden ‘L’età dell’ansia’ che ispirò anche una sonata di Bernstein. E gli anni ’60 proseguono e approfondiscono, consegnandoci scenari ben diversi dalla Vienna di inizio secolo; fra questi la crescente attenzione rivolta a sé stessi, al proprio equilibrio. Non è certo una novità assoluta naturalmente; già Freud ne “Introduzione al narcisismo” del 1914 costeggiò il tema fra libido e ideale dell’Io. Su altri fronti il mito di Narciso era ripreso e approfondito: basti pensare a Oscar Wilde e a Dorian Gray. Ma fu negli anni ’60 che Narciso stesso iniziò a candidarsi a vero protagonista della scena. Non sono gli psicoanalisti a intuirne per primi la potenzialità simbolica e paradigmatica, ma filosofi come Marcuse (1955) scrittori come Tom Wolfe (1976) o docenti di area umanistica come Lasch (1979) o ancor prima Rieff (1966). Quest’ultimo sottolineò come la “virtù sociale”, iniziasse a perdere centralità a favore del benessere individuale; Wolfe pose attenzione alla “The Me Decade” e correlava questa maggiore attenzione rivolta a sé stessi (più che alla morale collettiva e alla tradizione) al crescente benessere che in quegli anni si espandeva. Infine Lasch con i suoi fortunatissimi saggi, introdusse il termine “narcisismo culturale” che da lì in poi non ci ha più abbandonato. Come scrive Paris (2013) sintetizzando diversi snodi di quel periodo: <<(…) un tratto comune a queste riflessioni consiste nel dover riscontrare che la gerarchia dei valori è venuta a dipendere dagli stati interiori degli individui piuttosto che fondarsi sulla realtà esterna>>; e ancora: <<Il punto centrale è che il narcisismo culturale rende il Sé ben più importante degli impegni sociali>>. In un intreccio fra clima sociale, individualismo e prevalere del mondo interno, era inevitabile che emergesse uno scenario diverso e nuovo a rappresentare alcuni snodi contemporanei del mondo occidentale e il narcisismo diviene malattia della contemporaneità.

A voler cercare narrazioni psicoanalitiche paradigmatiche, si giunge a ‘Le due analisi del Signor Z’, forse il ‘caso clinico’ più rappresentativo dei tempi che cambiano. Si tratta del resoconto fornito da Heinz Kohut delle due vicende analitiche di un uomo; la prima ancora legata agli anni ’60 e a quel modo di intendere clinica e teoria, la seconda viceversa che si apre ad una conversazione diversa e a un incontro molto più aperto alla relazione. L’autenticità si candida a divenire elemento essenziale, con echi del pesniero di Winnicott di ampio respiro, dove fiducia, speranza, incontro si palesano al posto di triangolazioni edipiche. E la ricerca di un senso sembra prendere il posto dell’esplorazione del passato sulle tracce di antiche dinamiche pulsionali. Curiosamente, le due esperienze analitiche riferite si scoprirà poi che riguardano in realtà lo stesso Kohut: il sig. Z altri non è che l’autore stesso del saggio, che descrive sia la sua prima analisi (condotta con Ruth Eissler) sia una successiva auto-analisi generatrice e al  tempo  stesso  generata  dalle  idee  successivamente  maturate  dall’Autore. Una sorta di emblematica vicissitudine in qualche modo narcisistica in sé, fatta di auto-analisi, di esplorazioni creative, di intuizioni su di sé …. Narciso non ne sarebbe scontento: un caso clinico che è una autobiografia e che mostra in controluce un passaggio da un modo di intendere la psicoanalisi ad un altro. Tutto ciò da parte di uno dei fondatori della moderna concezione del narcisismo. E in effetti come scrive Gabbard (2019): <<Si dice che molti dei grandi innovatori in psicoanalisi, compreso lo stesso Freud, siano stati dei narcisisti>>.

In generale gli anni in cui si afferma il tema del narcisismo, sono dunque quelli fra la fine dei ’60 e la metà degli ’80: abbiamo un narcisismo culturale, un resoconto analitico tutto teso a porre l’attenzione su rispecchiamento e autenticità, e abbiamo anche la nascita della diagnostica contemporanea sui Disturbi di Personalità. Il DSM III è del 1980; <<Il paradigma del DSM-III fu essenziale in un iniziale Zeitgeist in cui era importante mostrare che le diagnosi dei più importanti disturbi mentali potevano essere rese in modo affidabile. L’area (della patologia di personalità) fu galvanizzata dal riconoscimento di veri e propri disturbi di personalità nel DSM-III, cosi che i disturbi di personalità sono ora riconosciuti come una seria forma di psicopatologia con considerevoli conseguenze sulla salute pubblica>> (Krueger et al, 2011).

L’Isteria esce di scena e sarà difficile da lì in poi individuarne anche solo le tracce (somatizzazioni? teatralità? disturbi dissociativi?) e entrano i Disturbi di Personalità fra cui naturalmente quello narcisistico. Non senza controversie a dire il vero; se ad esempio su Antisocialità e Borderline le polemiche furono relative, la presenza del Disturbo Narcisistico non passò inosservata.  Sicuramente traghettava molti temi psicoanalitici (Kohut appunto, ma anche Kernberg) nell’alveo della diagnostica clinica e psichiatrica ma fu anche visto come una eccessiva apertura a mode del momento. George Vaillant – il padre della moderna ricerca sulle difese – a un congresso dell’APA a Toronto nel 1982 sostenne che alcuni disturbi, come appunto quello narcisistico sarebbero: <<Nati solamente dieci-vent’anni fa, notoriamente sono stati visti solo nelle città americane dotate di teatri d’opera e istituti psicoanalitici, e sono sconosciuti in Iowa e in Alabama, o a Tangeri e Bucarest>> (Migone, 2004). Per inciso, aldilà dell’ironia della sorte sul riferimento ai teatri d’opera e alla teatralità in realtà più pertinenti all’isteria, facendo due conti, i dieci-vent’anni di Vaillant ci riportano appunto agli anni ’60, come davvero il narcisismo lì fosse nato, con Reiff, Wolff, e il Signor Z.

Una certa insoddisfazione intorno allo status del Disturbo Narcisistico – anche lontano da Tangeri o Bucarest – non si placa comunque nemmeno in periodi più vicini a noi: “Quando l’American Psychiatric Association Personality Disorders Work Group si riunì per sviluppare i criteri per il DSM 5 (APA, 2013), il gruppo suggerì di cancellare dal DSM 5 il disturbo narcisistico di personalità a causa della sua bassa diffusione e della scarsità di ricerche sistematiche in proposito, a confronto di quelle disponibili per molti altri disturbi di personalità”. Chi scrive ha cercato già di raccontare questa vicenda, dove una vera e propria sollevazione da parte della comunità di clinici fece rientrare questa ipotesi, riconsegnando alla (limitata) storia dei sistemi diagnostici il Disturbo di Personalità Narcisistico (Madeddu, 2020). Il tema di fondo era e rimane comunque di notevole interesse: il narcisismo rappresenta una questione specifica di chi – per dirla alla Kernberg – si protegge con grandiosità strutturate da affetti negativi e di debolezza ed è dunque una patologia specifica? Oppure nelle sue sfaccettature articolate rappresenta una linea evolutiva – per dirla alla Kohut ma anche ad alcune pagine freudiane – trasversale? Oppure ancora sarebbe meglio dimenticarsene e verificare i tratti sottesi, siano essi legati all’antagonismo a alla vulnerabilità? Quest’ultima è la strada recentemente percorsa dall’ICD cioè il grande sistema diagnostico legato all’OMS.

Gli ultimi anni divengono leggibili come dedicati a un tentativo di chiarire – ove possibile – proprio questi temi. Una volta assodato che si tratta di uno dei costrutti più complessi che la tradizione clinica ci ha consegnato, quali gli attuali orientamenti? Per dare un’idea dello stato dell’arte, attualmente intorno a Narciso si è sviluppato un imponente apparato di approfondimento e discussione: in italiano il lettore può trovare negli anni recentissimi diverse sintesi. Ad esempio, oltre al volume di chi scrive che è del 2020 (“I Mille volti di Narciso”), è del 2019 la traduzione di un testo di Gabbard e Crisp (“Il disagio del Narcisismo”), del 2013 “La Psicoterapia nell’età del narcisismo” di Paris, del 2019 il bel volume di Fossati e Borrone “Narcisismo Patologico”, del 2019 il testo di Lingiardi. E potremmo continuare ed è davvero difficile fornire una sintesi. Sicuramente uno degli aspetti che pare accolto da molti è relativo all’esistenza di sottotipi. Diciamo che per alcuni vi sarebbero tre prevalenti forme narcisistiche: fragile, grandiosa, ad alto funzionamento. Se siano tre forme poste lungo un continuum o distinte è oggetto di ampio dibattito, così come la contiguità con temi antisociali-psicopatici (grandiosità) o di evitamento (vulnerabilità). D’altra parte vi sono aspetti che inducono a pensare come lievi tratti narcisistici possano essere risorse, soprattutto nella contemporaneità.

Un secondo tema riguarda lo sviluppo della ricerca. Sono nati in questi anni diversi strumenti specifici di misurazione del narcisismo con i pregi e i limiti della operazionalizzazione e della statistica applicate ad aree come quella di cui parliamo. Tali strumenti mostrerebbero in effetti un aumento della diffusione del narcisismo nelle nuove generazioni, quasi a confermare la nomea della contemporaneità.

Un terzo punto è relativo alla diffusione nel lavoro clinico del disagio narcisistico, apparentemente diffuso nelle diverse fasi del ciclo di vita. In tal senso la necessità di approfondire il tema non pare solo una moda, ma una necessità.  Possiamo certo avere sensibilità diverse nel cogliere sfumature su autori di grande rilevanza, possiamo esitare nel condividere usi generici e banalizzanti di concetti viceversa densi e complessi, non dovremmo però dimenticare il lavoro terapeutico. La capacità di intuire movimenti grandiosi che celano radicali fragilità, l’alternanza di onnipotenza e rifugi solitari e disperati, in sintesi molte delle vicissitudini che cerchiamo di affrontare con tatto nel nostro lavoro quotidiano, vengono proprio dalla diffusione di questa attenzione rivolta ai dolori di Narciso. E non più solo al suo malinconico e disperato rispecchiarsi.

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association (2013), DSM 5. Raffaello Cortina, Milano, 2014

Civita A, (2015), Heinz Kohut, mister Z e i dilemmi della psicoanalisi. Rivista sperimentale di Freniatria, 2, 125-136

Fossati A, Borrone S. (2019), Narcisimo Patologico. Raffaello Cortina, Milano

Gabbard, GO, Crisp H (2018), Il Disagio del narcisismo. Raffaello Cortina, Milano 2019

Kandell E, (2012), L’età dell’inconscio. Raffaello Cortina, Milano 2012

Kohut H (1979), Le due analisi del Signor Z. Astrolabio, Roma 1989

Krueger Rf et al (2011), Deriving an empirical structure of personality pathology for DSM 5. Journal of Personality Disorders, 25,2,170-191

Lasch C (1979), La cultura del narcisismo. Bompiani, Milano 1981

Lingiardi V (2020), Arcipelago N. Einaudi, Torino

Madeddu F (2020), I Mille volti di Narciso. Raffaello Cortina, Milano

Marcuse H (1955), Eros e civiltà. Einaudi, Torino, 1964

Migone P (1993), Il concetto di Narcisismo. Il ruolo terapeutico 63, 37-39

Paris J (2013), La Psicoterapia nell’età del narcisismo. Raffaello Cortina, Milano 2012

Wolfe T (1976), Il decennio del Narcisismo. Castelvecchi, Roma, 2013

*Fabio Madeddu è psicologo e psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia clinica presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano