di Zara Mehrnoosh *

Il dolore è dolore ovunque.

Abbas Kiarostami

Teocrazia sciita ai confini tra l’Asia, il mondo arabo e l’Europa Orientale, paese ricco di petrolio e gas naturali, accusata dall’Occidente di essere tra i principali stati canaglia sostenitori del terrorismo internazionale, denunciata per le violazioni dei diritti umani e per le discriminazioni nei confronti delle donne, ma anche nazione fiera della sua storia millenaria, della sua cultura straordinariamente complessa, in costante movimento tra tradizione e desiderio di modernità.

In Iran, l’International Psychoanalytical Association conta dodici psicoanalisti e, di questi, sette sono donne. Una di loro è Gohar Homayounpour. Nata a Parigi da genitori iraniani, trasferitasi in Canada e poi negli Stati Uniti è rientrata in patria per praticare la professione di psicoanalista. Membro della International Psychoanalytical Association e della American Psychoanalytic Association, ha fondato e dirige il Freudian Group di Teheran, è docente di psicologia all’Università Shahid Beheshti e autrice del libro Una psicoanalista a Teheran, un’intima narrazione in cui il racconto autobiografico si intreccia con le storie dei suoi pazienti.

Una provocazione psichica

Leggendo il suo libro, non ci si può esimere dal domandarsi se e come sia possibile praticare la psicoanalisi nella Repubblica Islamica dell’Iran, parlando di pulsione, libido, piacere, inconscio, sessualità in un paese integralista in cui i principi religiosi condensano in sé la vita culturale e sociale.

Ma la risposta è affermativa, perché tra le molte contraddizioni del regime islamico iraniano c’è anche quella per la quale la psicoanalisi non solo è consentita, ma è anche materia di studio all’interno dell’università e pratica clinica nel sistema sanitario, pubblico e privato.

Essere psicoanalista nella Repubblica degli Ayatollah, essendo anche donna, è per la dott.ssa Homayounpour una provocazione psichica prima ancora che politica. Per riuscirci bisogna ovviare alle contraddizioni ideologiche, trovando un linguaggio che non minacci l’ideologia fondamentale della teocrazia, avendo ben presente come la cultura iraniana sia molto distante dal suo sistema politico: “La fantasia collettiva iraniana è fissata in un’angoscia di disobbedienza che desidera l’obbedienza assoluta. Nel momento in cui desiderano ribellarsi, i figli sanno inconsapevolmente che, ponendo in essere quel desiderio, saranno probabilmente uccisi. Pertanto accettano, in certo modo, la paura della castrazione. […] All’interno della storia iraniana, la richiesta di obbedienza assoluta può essere interpretata come una formazione reattiva all’angoscia originata dal potenziale di ribellione racchiuso nella cultura (nel caso presente, i figli). Così, ironia vuole che la nostra cultura – che è, in superficie di obbedienza assoluta – sia al proprio interno una cultura di ribellione. […] Questo fa sì, in definitiva, che in Iran le leggi siano osservate fintanto che la polizia, la legge e il padre sono presenti. In caso contrario, in questa nostra cultura della ribellione, ogni atto ribelle diventa possibile” (Homayounpour, 2013, p. 60-61). 

Nel contesto di un paese attualmente scosso da ondate di proteste contro il regime, le sue parole risultano frastornanti, propagandosi con ancora più forza se si pensa che a innescare e mantenere viva la rivoluzione siano proprio le donne. Una provocazione psichica prima ancora che politica.

Per parlare di lavoro psicoanalitico, in Iran, dobbiamo dunque abbandonare stereotipi e pregiudizi perché il dolore è dolore ovunque in quanto fenomeno esistenziale. “Non ignoro l’importanza della diversità culturale, ma nemmeno possiamo ignorare il fatto che gli esseri umani sono molto più simili gli uni agli altri di quanto non siano differenti, né che il dolore è dolore e così pure che, ogniqualvolta ci sentiamo diversi, dobbiamo cercare lo straniero che è in noi. Essendo questo l’unico luogo in cui troveremo un “alieno”, uno “straniero” (Homayounpour, 2013, p. 12).

Per la dott.ssa Homayounpour quello che potrebbe sembrare una contrapposizione tra culture, si rivela unicamente uno spostamento geografico. I suoi pazienti come quelli occidentali, possiedono sogni da analizzare, esperienze intime da raccontare e sono fecondi di libere associazioni. Un flusso continuo di pensieri, emozioni e angosce che sono universali.

La visione del mondo persiana è poetica, filosofica, introspettiva. La cultura persiana racconta se stessa attraverso la fiaba, l’oralità del racconto, le miniature, le trame dei suoi tessuti dai colori vivaci, la forza spirituale del poeta persiano Ferdowsi, e dopotutto, che cos’è la psicoanalisi se non una narrazione?

La stanza di analisi è il luogo delle narrazioni (Ferro, 1996), il luogo d’eccellenza in cui è possibile trasformare in immagini e parole il non dicibile, elaborandolo all’interno di un contesto terapeutico che lo renda meno minaccioso e intollerabile. Quella stanza in cui fin dagli albori della psicoanalisi, Freud dava senso alle narrazioni delle pazienti che giungevano a lui oppresse da sintomi isterici non riconducibili a cause organiche. La psicoanalisi nasce così, dalla narrazione di storie femminili, di quei corpi repressi che comunicano violentemente attraverso i sintomi ed è grazie alla narrazione che l’inconscio diviene cosciente trasformando il conflitto patogeno in un conflitto che può trovare in qualche modo una risoluzione (Freud, 2007).

L’insostenibile pesantezza dell’essere

Praticare la psicoanalisi in Iran vuol dire occuparsi di quella pesantezza dell’essere che rende le persone melanconiche e contrapposte a quella insostenibile leggerezza dell’essere occidentale (per riprendere il titolo del romanzo di Milan Kundera), in cui predominano l’ansia, il distacco e l’isolamento. Leggerezza versus pesantezza, vita versus morte, Eros versus Thanatos.

“In Iran ci è dato di osservare un momento di discontinuità dal passato nonché dal futuro poiché abbiamo ucciso i nostri figli, il nostro futuro. […] Abbiamo ucciso i nostri figli, ci siamo resi estranei e la nostra è diventata una cultura del lutto, poiché abbiamo distrutto e ucciso la parte migliore di noi stessi. Abbiamo distrutto il nostro futuro rimanendo imprigionati nel passato, erotizzando il dolore e la sofferenza fino a celebrare null’altro che il passato. […] Finché l’Islam non se ne è appropriato, noi non abbiamo mai realmente portato il lutto del nostro glorioso passato andato perduto. La nostra reazione malinconica è consistita nel creare lo Sciismo, ovvero una cultura del lutto, unica modalità da noi scelta di piangere il nostro passato simbolico” (Homayounpour, 2013, p. 61-62).

Una malinconia che Freud definirebbe melanconia (Freud, 2013) quale esperienza dell’impossibilità della dimenticanza. L’ombra dell’oggetto perduto che anche se non c’è più, continua incessantemente ad essere presente. Lo scivolamento melanconico dell’affetto depressivo è tanto più intenso quanto più l’oggetto che abbiamo perduto viene ricordato attraverso forme idealizzate, assumendo il carattere di un oggetto ideale, senza mancanza, senza imperfezione.

La melanconia per gli antichi splendori di una Persia perduta.

Il frutto proibito

Nei suoi anni di pratica psicoanalitica la dott.ssa Homayounpour ha visto entrare nel suo studio religiosi e laici, modernizzatori e tradizionalisti, uomini e donne (in numero piuttosto equilibrato), fedeli al regime e dissidenti, ma soprattutto persone che non si lasciano inquadrare in nessuna di queste categorie. Coesistono nella società iraniana come nel suo studio, gli uni accanto agli altri, ma soprattutto ha accolto un buon numero di bei vecchi casi di isteria e altre nevrosi.

“A Teheran ho trovato la sessualità. Qui, oggi la sessualità è ancora la stessa di Freud. Fin dall’inizio, il mio lettino ha accolto un buon numero di bei vecchi casi di isteria e altre nevrosi. In breve, a Teheran ho incontrato pazienti di un genere molto affine a quello dei pazienti che Freud vedeva ai suoi giorni e che mi riportano all’epoca in cui la psicoanalisi era ancora agli esordi. Mi ha inoltre molto stupito constatare la sincerità e disponibilità di cui danno prova i pazienti nel parlare apertamente, in seduta, di materie sessuali. In particolare, stupisce ove si considerino i fondamenti culturali della tradizione iraniana nella quale si presume che la sessualità sia oggetto di tabù e di rimozione molto più che nelle culture occidentali” (Homayounpour, 2013, p. 124).

In Occidente se la psicoanalisi sembra aver smesso di interrogarsi sul tema della sessualità nei suoi termini classici (Green, 1995) per preferire interpretazioni che riportano alle organizzazioni psichiche pre-edipiche e muoversi in una clinica dei disturbi di personalità in cui il focus è centrato maggiormente sui temi del narcisismo, il funzionamento borderline, la bipolarità e gli stati psicotici, in Iran il tema della sessualità sembra mantenere una importante centralità, articolandosi nelle narrazioni di stati di angoscia e colpa per quel frutto proibito consumato in quella quotidianità iraniana improntata all’ambiguità e alla doppiezza.

Le giovani generazioni (l’Iran conta 80 milioni di abitanti di cui più del 60% sotto i 30 anni) non rinunciano al sesso e ai desideri più inconfessabili e per farlo conducono una doppia vita: una pubblica e una privata. Agli occhi della società si mantengono casti e puri osservando i rigidi precetti della Sharia che non ammette i rapporti prematrimoniali, proibendoli per legge e punendoli con arresti e frustrate, così come non ammette la masturbazione e l’adulterio che può essere perseguito con una condanna a morte; ma sotto lo hijab si scopre un mondo diverso, movimentato da feste private in cui poter esprimere la sensualità e avventurarsi nel gioco della seduzione, l’uso di droghe, alcool, rapporti sessuali interfemorali e anali.   

Diversamente dunque dall’Occidente in cui: “Gli analisti sembrano più interessati ad ascoltare pazienti che parlano soprattutto di aggressività e delle sue vicissitudini anziché di sessualità. Le pagine delle nostre riviste sono zeppe di teorie psicoanalitiche sul pre-Edipo, inducendomi, così, a provare molta nostalgia per i tempi in cui l’Edipo era re” (Homayounpour, 2013, p. 123).

Trasformazione dei corpi ed etica dell’ambiguità

In un paese in cui l’omosessualità è punita dalla legge, una fatwa riconosce il disturbo da identità di genere e consente le operazioni di riattribuzione chirurgica del sesso. Ai transgender si offrono nuovi certificati di nascita e ci sono situazioni in cui le stesse autorità religiose consigliano il trattamento e il governo copre una parte dei costi dell’operazione.

L’Iran è la nazione con il più alto numero di operazioni di riattribuzione chirurgica del sesso dopo la Thailandia (Homayounpour e Bernstein, 2017).

Entro questa cornice, sottolinea Homayounpour (Homayounpour e Bernstein, 2017) le operazioni di riattribuzione di sesso sono spesso un tentativo fallito di risolvere, all’interno del corpo, nella carne e nelle ossa, questioni simboliche, che originano altrove. Così come, per gli psicoanalisti, la possibilità di evitare, grazie all’attribuzione di una nuova etichetta di genere, il perturbare nel tema della fluidità di genere che conduce a rivisitare il proprio sessuale infantile, la propria bisessualità psichica e la capacità di integrare le identificazioni femminili e maschili entro la propria identità. Un’etichetta diagnostica di cui si rischia di farne un uso difensivo e potenzialmente iatrogeno per il paziente. Un discorso politicamente corretto che immobilizza entro un circuito chiuso che imprigiona entro l’uniformità. 

I tentativi di affrontare il tema dell’omosessualità attraverso modifiche radicali del corpo, se non profondamente elaborate, sono destinati a fallire. E questo potrebbe essere un motivo all’origine dell’alto tasso di suicidi a cui si assiste, in Iran, dopo l’operazione di riattribuzione chirurgica del sesso. Riconosciamo la differenza tra i sessi attraverso un principio di realtà, ma le questioni che gravitano attorno al tema dell’identità di genere sono più complesse, fluide e in continua transizione. Dato che l’inconscio non contempla mascolinità e femminilità come domini separati, non si può essere sicuri di essere uomo o donna: l’unica cosa certa è la piacevole incertezza (Homayounpour e Bernstein, 2017).

Gli aspetti non conoscibili del nostro inconscio, le parti non rappresentabili dei nostri corpi devono essere accolti e affrontati, secondo la dottoressa Homayounpour, non attraverso un politically correct ma una riflessione sovversiva, una politica di estraneità e ambiguità in cui la psicoanalisi si presenti come provocazione psichica prima ancora che politica. “Dobbiamo essere ospitali con quella folla di mostri e zombie: dobbiamo risvegliare i nostri spiriti, le nostre streghe e i nostri maghi. E sì all’inizio sarà spaventoso, avremo le vertigini, ogni nostra difesa immaginaria crollerà. Ma sono certa che questo sia il solo modo di rendere giustizia ai desideri del nostro io” (Homayounpour e Bernstein, 2017).

BIBLIOGRAFIA

Ferro, A. (1996), Nella stanza d’analisi. Emozioni, racconti, trasformazioni. Raffaello Cortina Editrore, Milano.

Freud, S. (2007), La psicoanalisi. Newton Compton Editori.

Freud, S. (2013), L’elaborazione del lutto. Scritti sulla perdita. Rizzoli, Milano.

Green, A. (1995), Has sexuality anything to do with psychoanalysis? The International Journal of Psychoanalysis, 76(5), pp. 871-883.

Homayounpour, G. (2013), Una psicoanalista a Teheran. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Homayounpour, G. e Bernstein J.W. (2017), Trans/Vitae. Le politiche dell’ambiguità. Mimesis, Milano.

Kundera, M. (1985), L’insostenibile leggerezza dell’essere. Adelphi, Milano.

* Zara Mehrnoosh è pedagogista e psicologa specializzanda in psicoterapia