di Anna Pisterzi *

“Siamo entrati nell’era digitale.

E l’era digitale è entrata in noi.

Non siamo più gli stessi individui di un tempo.

In meglio e in peggio”.

Fred Ritchin, Dopo la fotografia 2009

Il narcisismo sembra oggi un termine ombrello omnicomprensivo per descrivere una società composta da individui egoisti, autocentrati che riflettono solo se stessi in camere d’eco digitali. In una parola, una società priva di empatia, incapace di ascoltare e gonfia delle proprie immagini. Ma siamo sicuri che sia davvero così? 

Il termine sembra essere uscito dalle categorie psicodiagnostiche che indicano un quadro patologico e dunque uno stato di sofferenza della mente e delle relazioni, per divenire uno strumento moralizzatore. Un monito a ricordare che ci stiamo perdendo nella contemplazione della nostra immagine mentre tutto starebbe crollando. La semplicistica lettura che definisce la società odierna come narcisista, pur essendo profondamente distorcente e distraente dalla complessità che stiamo attraversando come umani, trae probabilmente le sue radici nel bisogno di trovare un senso, facilmente accessibile, a cui ancorarsi. Il prezzo di questa semplificazione è un tecno panico morale, che produce una lettura in cui, essendo questa evoluzione umana inesorabile, ma irta di pericoli, si subisce la migrazione digitale al posto che dialogare con essa e si finisce per assumere i bias correlati: primi tra tutti l’autoconvincimento di non essere tecnologici o la deificazione delle macchine.

Rischiamo dunque di discriminare il mondo veicolati da un costrutto che si nutre di paura, costruito su una grossolana e vaga associazione, producendo un angolo cieco. Come in un circolo vizioso, la dinamica fluttuante della paura è promossa da una cultura che comunica esitazione e ansia nei confronti dell’incertezza e anticipa continuamente il peggior risultato possibile (Furedi, 1997). Siamo dunque, come società, dentro un assunto di base di attacco-fuga di bioniana memoria (Bion, 1948) governati dal tecno panico morale. Affinché Internet e i suoi device, tra cui spicca lo smartphone, siano inquadrati come motivo plausibile di panico morale è necessario che venga fornita una rappresentazione pubblica e mediatica che li delegittimi e li stigmatizzi in quanto tali (Hunt, 1997). Ed è in questo interstizio, che l’appropriazione del narcisismo come termine ombrello, moralizzatore, attiva il cortocircuito.

Sembriamo aver dimenticato che un buon grado di imponderabilità dell’esistenza è parte essenziale della dinamica della vita stessa nel suo dipanarsi. La vita è in relazione con l’ignoto e le evoluzioni tecnologiche e culturali con i loro salti evolutivi rendono solamente più esplicita questa dinamica.

Siamo “programmati” per incontrare l’ignoto come la fiducia del bambino che ad ogni passo che muove perde l’equilibrio per ritrovarlo nel successivo e così via.

Ci sono momenti storici che paiono però più incerti di altri, come se ci fossero dei salti.  Il filosofo Maurizio Ferraris (2023) scrive: <<L’umano evolve anche per via tecnologica, ossia molto più rapidamente, con quella che si presenta come una esistenza storica (e che ovviamente produce shock culturali che in natura non si danno). La rapidità della trasformazione, come si diceva, genera forme di timore nei confronti di un processo e di un progresso che appaiono troppo veloci rispetto alle capacità di adattamento umano.>>

Quando maturo, il nuovo salto tecnologico, rimette in discussione alcuni aspetti dell’esistenza umana. I cambiamenti più radicali, come quelli della portata di internet, vengono dunque accolti da movimenti reazionari, nonostante, ogni nuova tecnologia sia un catalizzatore dell’evoluzione. Solo gli umani, tra gli animali, evolvono con questi balzi in avanti. Siamo gli unici esseri viventi che, attraverso la scrittura, sono in grado di capitalizzare la rapidità delle rivoluzioni tecnologiche, che sono alla base della nostra evoluzione sociale.

Ogni salto ha necessità di essere metabolizzato, attraverso il nostro meccanismo di equilibrazione conoscitiva di assimilazione e accomodamento (Piaget, 1971), ma per questo serve un tempo adeguato. Secondo la teoria di Piaget infatti contenuti della mente vengono organizzati in: <<Sequenze di azioni coerenti e ripetibili che possiedono componenti strettamente interconnesse e guidate da un significato pregnante>> (Piaget 1952). Questi schemi di natura concettuale che devono essere flessibili a potersi riorganizzare in vista di una nuova richiesta ambientale, evoluzionistica, pena la possibilità di adattarvisi. All’inizio di uno shock culturale è dunque ipotizzabile che vi possa essere una certa resistenza al cambiamento che si manifesta con movimenti reazionari. Possiamo notare ciò volgendo lo sguardo al passato. Quando fu introdotta la scrittura, Platone si oppose fermamente, sentenziando che la manoscrittura fosse corruttrice del pensiero. Evoluzione che circa duemila anni più tardi, fu difesa da Heidegger contro l’introduzione delle macchine da scrivere, che avrebbero tradito, secondo il filosofo, la purezza del pensiero, inducendo eccessiva dipendenza dal mezzo e introducendo una mediazione artificiale.

Quindi la tecnologia, conclude Ferraris nel suo articolo, che è il principale motore dell’evoluzione umana e sociale, ci spaventa, perché ogni volta ci traghetta in un mondo nuovo, che ci porta ad interrogarci sul senso dell’esistenza umana. Richiedendo un surplus di energia psichica.

Internet inoltre non è solo una tecnologia digitale, ma si configura come un nuovo contesto di vita in cui siamo in una interrelazione dinamica. Ed è uno spazio essenziale che risponde a due bisogni primari dell’uomo: il bisogno di relazione e quello di informazione.

Nel rispondere così bene a questi bisogni è arrivato a mettere in discussione due assiomi dell’esistenza: la dimensione spazio/tempo per la coltivazione delle relazioni umane e la costruzione e trasmissione della conoscenza.

Orientarsi nella complessità della relazione tra uomo e internet come ambiente di vita, osservare come le dinamiche psicologiche si intrecciano nel nuovo campo, richiede tempo e sforzo, accuratezza.  <<Noi diamo forma ai nostri edifici e in seguito i nostri edifici danno forma a noi>> affermava Churchill nel 1941 aprendo un dibattito alla Camera dei Comuni sulla ricostruzione dai bombardamenti. Questa influenza reciproca tra individuo e ambiente è ben chiara nella teoria di campo di Kurt Lewin del 1951, nel lavoro Di Urie Bronfenbrenner portato avanti fino al 2006 e nello spazio ecologico di Stokols nel 2018 che include anche l’ambiente digitale.

Riconoscere che siamo in una fase di piena assimilazione del nuovo contesto, che mentre lo abitiamo lo stiamo modificando e ci stiamo modificando, in una dinamica continua è fondamentale per provare ad osservare e accompagnare il cambiamento con maggiore senso di agency.

Internet ha reso possibile una maggiore consapevolezza di essere abitanti di un mondo complesso. Ci siamo scoperti simili ma anche profondamente diversi in tradizioni, modelli culturali, lingue. Queste differenze che veicolano significati risultano maggiormente evidenti nell’uso che facciamo degli ambienti digitali come emerge dalla ricerca degli antropologi dell’UCL “Come il mondo ha cambiato i social media”.

Dobbiamo per la prima volta nella storia umana abituarci a gestire molte relazioni contemporaneamente in diversi luoghi, e a muoverci tra un eccesso di stimoli e informazioni, quando siamo sempre stati abituati alla scarsità. Abbiamo sempre avuto il problema di ricordare, oggi abbiamo il problema di selezionare una memoria esterna ipertrofica e dimenticare.

Oggi definiamo iperstimolazione, quell’eccesso di informazioni che sentiamo di non essere in grado di processare. E come evidenziano le ricerche neuroscientifiche, il nostro cervello si sta ovviamente modificando.

Questa difficoltà attuale è ben sintetizzata dal filosofo Paolo Virno nel suo libro “Dell’impotenza, la vita nella sua epoca della paralisi frenetica”. Secondo Virno siamo in un’epoca di paradossale iper abbondanza di opportunità, possibilità in cui, la paralisi di fronte alle scelte finisce per farci sviluppare una potenza inarticolata di capacità e abilità che, nella frenesia e nella frammentazione, vengono inibite dal trasformarsi in atti appropriati alla costruzione di un progetto, di un’esistenza.

Questa sensazione tra un vissuto di iperstimolazione e un senso di impotenza potrebbe essere la base culturale per quel malessere che è stato definito Fear of Missing Out, cioè la paura di essere esclusi da occasioni uniche e opportunità imperdibili. Questi vissuti collettivi alimentati dal tecno panico morale aumentano lo stress mentale già sollecitato dal nuovo adattamento rischiando di generare un controcanto rinunciatario, di chiusura. Questi aspetti e questi sintomi sono riferiti principalmente alla parte ricca del mondo.

Non scambierei, dunque, il vissuto collettivo di paralisi frenetica che stiamo esperendo per un sintomo di narcisismo covert, terrei invece come punto di visione lo shock culturale e le sue fisiologiche risposte ad esso.

Oggi cinque miliardi di persone nel mondo su otto sono connesse ad internet, possono esprimere il proprio pensiero, in forma scritta orale o visuale anche se con gradi di libertà differenti. Se ci focalizziamo sul contesto italiano parliamo dell’86% della popolazione, circa cinquanta milioni.  Non possiamo dimenticare che siamo, da poco più di una generazione, un paese affrancato da povertà e analfabetismo. Molti quarantenni hanno genitori poco scolarizzati. Alla luce di questi elementi di fragilità, le frasi sgrammaticate, le relazioni aggressive che osserviamo in rete andrebbero comprese come goffi tentativi evolutivi di relazione in un nuovo ambiente e dovremmo rifarci agli studi sull’aggressività per avere cura di queste fragilità, e non giudicarle senza empatia. Cass Sunstein, nel suo saggio “Sulla libertà” suggerisce che le persone spesso non sappiano come raggiungere il luogo (anche psichico ndr), dove vogliono andare, scrive: <<Molto dipende dalle condizioni di partenza. A volte le scelte non sono autonome, nel senso più profondo del termine, perché vengono compiute da individui impoveriti, ingannati o manipolati. A volte le persone non dispongono di informazioni cruciali. A volte le loro preferenze sono il frutto dell’ingiustizia o della miseria. A volte commettono semplicemente degli errori. Di conseguenza, la loro vita peggiora, e di molto>>.

Questi aspetti in rete sono molto più evidenti, perché lasciano tracce macroscopiche. Noi, scienziati, umanisti, ricercatori dovremmo avere maggiore cura della fragilità, di chi non ha avuto il privilegio di costruirsi una cultura, e usare la massima empatia e capacità umana di cui siamo dotati. Invece rischiamo di rifugiarci in uno sterile classismo in cui l’etichetta “società narcisista” sembra essere un comodo paravento, che ci protegge dalla maggiore responsabilità, a cui come persone che godono del privilegio di avere una maggiore conoscenza, siamo chiamati.

Internet per alcuni aspetti è abbacinante. In questi anni si è spesso parlato dell’autoreferenzialità delle bolle di filtraggio come un altro degli aspetti che favorirebbe l’autoreferenzialità narcisistica. Peccato che, le bolle, non siano un’invenzione della rete, ma un modello antico di ingroup e outgroup. Banalmente la divisione in classi sociali, l’essere esposti a determinate esperienze e non ad altre, crescere e vivere in un luogo, in una cultura sono tutti esempi di bolle di filtraggio, che prima dell’avvento della rete erano decisamente più impermeabili di oggi. Oggi l’abbondanza di informazioni e comunicazioni genera una molteplicità di visioni con cui confrontarsi e spesso scontrarsi. Per Alex Bruns un professore australiano in digital media la filter bubble è semplicemente una facile via di fuga, attraverso la quale cerchiamo di: <<Assolverci dal caos in cui ci troviamo semplicemente incolpando la tecnologia>>.

Oggi nelle crepe delle nostre bolle di filtraggio è difficile che non ci raggiungano notizie, immagini che raccontano una storia molto complessa.

Siamo globalmente meno poveri, più sicuri, più istruiti, probabilmente anche meno violenti, rispetto anche solo a cinquanta anni fa. Nonostante questo non è possibile ignorare che il mondo sia ancora un luogo dove una fetta non piccola di popolazione vive in condizioni di povertà, miseria, schiavitù, sfruttamento, violenza, ossia in condizioni inumane. Nonostante la dichiarazione dei diritti dell’uomo le modalità di funzionamento patologico e perverso sono ancora presenti in diversi luoghi del mondo, nelle aree povere in modo palese nelle nostre città negli interstizi.

E questo è da un lato doloroso, mentalmente intollerabile, perché se ci immedesimiamo, il sentimento di ingiustizia ci spingerebbe ad agire per modificare la sofferenza di altri esseri umani. Dall’altr,a la parte meno empatica di noi, quella bestiale che si sente ancorata alla scarsità di risorse, ragiona in termini più oggettivanti, proprio come descritto magistralmente nel film di Jonathan Glazer “La zona d’interesse”, difendendo il proprio piccolo privilegio, da poco raggiunto, a scapito anche della vita altrui. E’ qui che rischiamo di abbracciare se non il narcisismo il suo sintomo più grave: la mancanza di empatia.

Non è dunque nei selfie, o nei racconti più o meno romanzati di noi che facciamo in rete che rischiamo la virata verso la psicopatologia narcisistica, ma nella negazione del dolore del mondo che filtra attraverso la rete e che per difesa allontaniamo dalla nostra mente.

BIBLIOGRAFIA

Bronfenbrenner, U. (1979), The Ecology of Human Development.

Regno Unito, Harvard University Press.

Bruns, A. (2019), Are Filter Bubbles Real? Polity Press,Regno Unito.

Furedi, F. (1997), Culture of Fear. Continuum Press, London.

Hunt, A. (1997), ‘Moral Panic’ and Moral Language in the Media. The BritishJournal of Sociology, vol. 48, n. 4, pp. 629-648.

Piaget, J. (1971), L’epistemologia genetica. Laterza, Roma-Bari.

Glazer, J. (2024), The zone of Interest. Extreme Emotion, Lodz.

Lewin, K. (1951), Field theory in social science: selected theoretical papers. Harper, Regno Unito.

Ferraris, M. (2023), L’animale interdisciplinare. Journal of Technology for Architecture and Environment, 25 (2023): 29-37.

Miller, D., Costa, E., Haynes, N., McDonald, T., Nicolescu, R., Sinanan, J., Spyer, J., Venkatraman, S., Wang, X. (2019), Come il mondo ha cambiato i social media. UCL Press, Italia.

Piaget, J. (1952), The Origins of Intelligence in Children. W.W. Norton & Co, New York.

Stokols, D. (2018), Social Ecology in the Digital Age: Solving Complex Problems in a Globalized World. Elsevier Science, Regno Unito.

Sunstein, C.R. (2020), Sulla libertà. Einaudi, Torino.

Virno, P. (2021), Dell’impotenza: La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica. Bollati Boringhieri, Torino.

Bion, W. (1948), Esperienze nei gruppi. Armando Editore, Roma.

SITOGRAFIA

https://wearesocial.com/it/blog/2023/01/digital-2023-i-dati-globali

*Anna Pisterzi è psicologa e psicoterapeuta, docente di Psicologia e Nuove Tecnologie all’Università di Torino