di Paolo Chiappero

Non sono narcisista né egoista;
se fossi vissuto nell’antica Grecia
non sarei stato Narciso-
E chi saresti stato?-
Giove!
(W. Allen)

Il nuovo narcisista è perseguitato dall’ansia
e non dalla colpa
(C. Lasch,1979)

Ѐ periodo di elezioni politiche. Dalla finestra vedo i manifesti fissati sugli appositi supporti in metallo, che già qualche giorno prima erano stati allestiti dagli operai comunali. Tanti slogan e tanti simboli colorati. Quasi tutti riconoscibili. Sono sempre gli stessi da anni. In alcuni manifesti (ma non in tutti) si scorgono in basso qualche nome e cognome. Si tratta dei candidati che i partiti politici indicano agli elettori, per essere votati sulla scheda elettorale.

La finestra è un’altra. Un’altra casa e un altro quartiere. Qualche decennio dopo. I manifesti sono ancora uno strumento elettorale, per quanto ormai soppiantato da trasmissioni televisive, post sui social e tanti altri mezzi di comunicazione di massa.

Ma i manifesti sono diversi. Osservo da lontano e mi accorgo che sono rappresentati esseri umani. In genere in primo piano, qualche volta solo il viso, più raramente l’intera persona, magari con uno sfondo retrostante.

Nel primo esempio (siamo negli anni ’70/’80) il nome e il simbolo del partito (di qualunque partito), i colori ad esso associati, lo slogan “vota….” cui seguiva il nome della forza politica rinviavano, nella loro astrattezza, a programmi, obiettivi, valori, perfino ad una Weltanschauung differente in base al partito. Il politico si caratterizzava per il partito cui apparteneva e militava.

Nella nostra contemporaneità c’è stato un crescente travaso dai contenuti alle persone. Dall’adesione al partito (anche fideistica, tramandata di generazione in generazione) all’adesione a dei tratti somatici, al bell’aspetto, alla postura. Alla persona.

Questa soggettivizzazione della politica non è emersa nei primi anni ’90 solo in Italia (vedi alla voce berlusconismo); il nostro paese però ne è stato un capofila. Lo stesso Bush (figlio) e Sarkozy, ammisero di aver visto nella propaganda centrata sulla leadership di Berlusconi un loro antesignano nella modalità di esercizio e sfruttamento della narrazione politica, attraverso i massmedia. Una narrazione politica che fa dire a Giovanni Orsina (2018) che i politici attuali siano diventati dei “cantastorie”.

Il politico è diventato personale, rovesciando lo slogan sessantottino. Nel senso che il politico (questa volta inteso come essere umano) entra in casa nostra. “Ѐ uno di noi, come noi”, “Lo voto perché…non so…ma mi piace”, “Non ho capito, ma mi ha convinto”, con l’escalation del “Ci vuole uno come lui”, “Con lui le cose cambieranno” (vedi alla voce Premierato).

I dialoghi diventano: “Chi voti? – “Voto Tizio (o Caia)” oppure “Contro chi voti?” – “Contro Caio (o Sempronia)”.

Il tanto temuto (o no?) “uomo solo al comando”, c’è già. Ѐ da tempo arrivato e non ce ne siamo accorti. Parafrasando John Lennon: “La politica è quello che ti succede mentre sei intento a fare dell’altro”.

La soggettivizzazione, rispetto ad un’attività e comunicazione politiche basate su programmi, strategie di lungo periodo e valori, si basa sulle emozioni.

Negli anni 70 le prime soap-novel statunitensi e poi sudamericane, dovevano il loro successo nel mostrare diverse personalità (spesso volutamente estremizzate nei loro tratti) e con inquadrature che mettevano in risalto i primi piani, per massimizzare la comunicazione anche non verbale: espressioni, smorfie, sguardi. Una rivisitazione del repertorio attoriale del cinema muto ad integrare il linguaggio verbale; quest’ultimo: chiaro, familiare a volte anche scurrile.

Nel telespettatore vanno evocate delle emozioni. Su questo la pubblicità è stata precorritrice di forme di narrazione, basate sulle emozioni, anche inconsce. Oggi le stesse agenzie pubblicitarie e gli stessi “creativi” che lavorano per una fabbrica di panettoni o di automobili sono nello staff di consulenza dei segretari di partito!

Il messaggio politico (se ha ancora un senso questo termine) diventa merce. Del resto in una società capitalista, dove anche l’uomo è merce, prima o poi doveva capitare anche al leader politico e ai partiti.

Una merce che ha come obiettivo un “profitto” specifico: il consenso. Con una ricerca di massimizzazione di esso, così come col timore di una “caduta del saggio di profitto” (meno consenso, meno voti, meno like ai post del leader).

Attraverso le emozioni veicolate, condite di fake new, bugie, imprecisioni, generalizzazioni, ecc…il messaggio arriva alla “pancia” dell’elettorato.

Ancora una volta “il medium è il messaggio”. Il politico che dovrebbe essere al servizio dell’organizzazione di appartenenza e dei suoi programmi (quindi mezzo) diventa contenuto. Il partito, a sua volta, diventa il mezzo che lo sostiene, in tutti i sensi.

“Voterò X” – “Ah! Di che partito è?” – “Non ricordo…comunque voto lui (o lei)”.

Questi consensi elettorali emozionali, catturati con l’attenzione al taglio di capelli, all’abbigliamento, o perchè accompagnati da star dello spettacolo così come il mostrarsi con i propri familiari (se è una famiglia tradizionale, sono tanti punti in più), parla alla “pancia”, all’inconscio, al cervello rettiliano.

La prima, che sarà sicuramente fondamentale anatomicamente per gli organi che tiene in grembo, partorisce però in questo caso il populismo.

E il cerchio è chiuso. Play, stop, repeat. Leader, emozioni, “pancia”; quindi: risposte “di pancia”, caratterizzate da un pensiero grezzo, semplicistico, dicotomico e, di nuovo, l’affidamento al leader. Che “è uno come noi”, non dimentichiamolo! (Freud, nel 1921, evidenzierà l’identificazione affettiva con il leader e l’istinto gregario della massa).

C’è anche la variante: “Non è uno di noi, ma è esattamente ciò che noi vorremmo essere”. Purtroppo, in quest’ultimo caso, non si tratta di un’identificazione che porta ad una crescita individuale, ma ad un guardarsi allo specchio (vedi Narciso): quello che siamo e/o quello che vorremmo essere, ma a imitazione del capo.

Una politica di questo tipo può al massimo eccellere nella tattica non certo nella strategia.

Uno statista guarda alle prossime generazioni, un politico (narcisista?) alle prossime elezioni.

Scrive Antonio Floridia (2018): <<Il “voto di appartenenza” ha perso i caratteri di un tempo: quando i partiti erano identificabili attraverso una precisa cornice ideale (comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, democristiani…), il senso dell’appartenenza maturava attraverso complessi processi di maturazione politica e intellettuale: contava la tradizione familiare, l’ambiente sociale in cui si viveva, e contavano i “maestri” (e poteva ben esserlo anche un operaio incontrato in sezione), che si aveva la fortuna di frequentare o di leggere sulle pagine di un libro: ci si riconosceva in un insieme di idee e di ideali, che poi – solo poi – trovavano anche una sintesi nella personalità dei leader>>. (la sottolineatura è nostra). E ancora: << (…) allora l’elettore è lasciato solo con se stesso, indotto a cercare delle “scorciatoie cognitive”, ad affidarsi a meccanismi elementari di identificazione: l’immagine che ci si è fatta di un leader, le idee più o meno raccogliticce che si raccolgono nei media o nei social, l’impressione che si ricava da un talk-show televisivo>>.

Ovviamente, l’esposizione mediatica del leader politico (e dei suoi accoliti) crea un surplus di focalizzazione su di lui/lei. Tutto ciò stimola il narcisismo individuale, ma soprattutto seleziona la classe politica su criteri legati alla retorica del linguaggio, alla comunicazione efficace, alla decisionalità e sicurezza che si trasmettono agli interlocutori e, ça va sans dire, alla fedeltà al “capo”.

Un’altra caratteristica è l’inconsapevolezza del leader di turno (tipica del narcisista grandioso o inconsapevole, vedi Gabbard 1994) declinata in questo caso nel senso del non avere dubbi su ciò che si sostiene, nonché ragionare in termini polarizzati. Ricadendo nel “pensiero stupido”, cui avevamo dedicato un intero numero della nostra rivista (il n.19 del 2018).

Tutto ciò dimostra come alcuni leader facilmente riconoscibili per la loro presunzione e ipertrofia dell’Ego non sono un effetto collaterale o un “riferimento casuale”, come si scrive nei titoli di coda dei film, ma una precisa strategia del Potere e del mainstream massmediatico.

Un fenomeno complementare, che da luogo ad un combinato disposto terrificante a giudizio di chi scrive, è che personalità che rientrano nel range del “disturbo narcisistico di personalità”, non possano che essere attratti da una politica di questo tipo. Oltre agli interessi più specificamente economici, professionali, ecc….che hanno spesso motivato la “scesa in campo” di un politico, si aggiunge l’essere costantemente sotto i riflettori. Come nella barzelletta del narcisista che quando c’è il temporale corre sul balcone di casa perché pensa che, quelli che in realtà sono dei lampi, siano i flash dei fotografi sotto casa per lui!

Una politica basata in gran parte sul narcisismo, si serve di politici narcisisti.

Un’analisi della personalità del leader politico e delle sue possibili derive narcisistiche è contenuta negli scritti di due psicologi che si sono occupati dell’argomento.

Andrew Lobaczeewski (2006), psicologo polacco, ha approfondito alcuni degli argomenti che abbiamo tratteggiato. Suo è il concetto di “patocrazia” (Pathocracy). Una forma di direzione politica e governo costituita principalmente da una leadership con tratti psicopatici e fortemente narcisistici.

Steve Taylor (2019), psicologo e docente universitario del Regno Unito, si è occupato del rapporto tra narcisismo, sociopatia e posizioni di potere politiche e sociali. Taylor riflette anche sull’opportunità di valutare gli eventuali tratti psicopatici e narcisistici di chi ambisce a posizioni di potere. Inoltre, rammenta che la mancanza di empatia costituisce un tratto importante delle personalità suddette, il che non può che confliggere gravemente con obiettivi d’interesse comune, di benessere della nazione, di solidarietà, di diritti sociali e di diritti civili.

Esiste anche un “vantaggio secondario”. Il termine fa parte del lessico della psicopatologia, ed è tutt’altro che un vantaggio, se non per le “parti” disfunzionali del Sé. In questo frangente, la patologicizzazione della politica ottiene anche lo scopo, non trascurabile, di parlare di leader << (…) veri, presunti o aspiranti tali, di correnti, di clan: e non di problemi della società che i rappresentanti dovrebbero per l’appunto rappresentare, e che è la giustificazione stessa della politica, che dovrebbe farsene carico (…) l’autismo cieco e senza prospettiva di una politica immatura, che vive in un eterno presente: il proprio, quello del proprio godimento immediato>>. (Allievi, 2013)

Un godimento immediato, corrispondente al “tutto subito”, che è correlata direttamente con il numero di like sui social, di follower, di audience radiotelevisivo e, ça va sans dire, di voti. Oggi Narciso si specchierebbe su uno schermo, in un lago di like.

Questi processi ad un tempo politici e comunicativi ci raccontano anche di una crisi della democrazia borghese e liberale.

<<Ormai contano le opinioni dei singoli, ovvero la loro somma, non l’autorevolezza delle opinioni: se un’opinione è diffusa, diventa ipso facto autorevole. Se un libro si vende bene, allora è un capolavoro. Se un leader cialtrone prende una barca di voti, diventa ipso facto un grande uomo politico. Da qui l’esplosione dei sondaggi d’opinione: essi servono non solo a sapere quel che la gente pensa, ma a stabilire, appunto, che cosa vale e che cosa no>> scrive Sergio Benvenuto (2018), psicoanalista e filosofo (la sottolineatura è nostra).

Quegli stessi sondaggi (sia forniti da apposite agenzie di ricerca di mercato sia più “ruspanti”, vedi i social) non sono soltanto un esito delle opinioni e del gradimento di un leader o di una forza politica. Sono a loro volta dei costruttori di senso. Contribuiscono cioè alla costruzione di quel senso comune e di quell’egemonia culturale di cui ci parla Gramsci (1948-1951). Incidono nella nostra idea della realtà, sociale, politica, economica. Vengono, anche inconsciamente, a costituire la nostra visione della società contemporanea.

Si tratta di una processualità socio-culturale che produce, consolida e modifica il senso comune, come categoria sociologica. No ci viene detto soltanto come è il mondo, ma come dovrebbe essere.

Il termine dovere ha un significato centrale, in questa analisi, perché l’essere umano dimentica che anche le narrative maggioritarie, le visioni del mondo unilaterali e il pensiero unico, sono forme di costruzione del senso comune create comunque dall’essere umano, anche se assumono una dimensione “a priori” (pensate solo a quando si ricorre a frasi quali: “è sempre stato così”, “fa parte dell’essere umano”, ecc…) (Nota 1)

Per concludere, abbiamo utilizzato la categoria concettuale narcisismo, non nel senso stretto della diagnosi in psicopatologia (Disturbo narcisistico di personalità o Organizzazione di personalità narcisistica), ma in modo aderente alla vulgata che mette in rilievo caratteristiche della personalità narcisistica, ma solo alcune, quelle “grandiose”. (Nota 2)

Ad una domanda su chi è il narcisista, in quest’accezione popolare, potremmo dare come risposta: “Chi si crede”, (perché il narcisista si crede sempre qualcosa o qualcuno) o rispolverare la celebre frase di Alberto Sordi, nei panni del Marchese del Grillo: <<Me dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un cazzo!>>.

Narciso, narcisista, narcisisticamente, ferita narcisistica, ecc…sono termini che si sono diffusi nel lessico quotidiano. In questo caso con un’origine che data a partire dalla Grecia Classica e dal mito omonimo. Non sappiamo se Narciso è sicuro di sé, vanitoso, tronfio, ma sappiamo che la sua esistenza è vissuta nell’osservare la propria immagine. Solo quello gli interessa. E il lago è l’Altro, che lui non vede, ma che lo osserva.

Chissà cosa avrà pensato il lago. Oscar Wilde avrebbe risposto che interrogato su come fosse Narciso, e se davvero fosse così bello come si diceva, il lago avrebbe replicato: <<Non posso saperlo, ero troppo intento a specchiarmi nei suoi occhi>>.

Nota 1. Su questi temi, chi scrive, ha trovato di estrema accuratezza e attualità le concezioni di Giddens (1984) (in particolare il concetto di strutturazione) e Chomsky, Waterstone (2021), a cui si rimanda.

Nota 2. <<Il crescente interesse per il narcisismo si è fatto strada anche nella cultura popolare, dove il termine è usato in senso peggiorativo per indicare la preoccupazione per se stessi e per descrivere certi aspetti della vita contemporanea>> (Sandler, Person, Fonagy, 1991.)

BIBLIOGRAFIA

Allievi, S. (2013), Il narcisismo, psicopatologia della politica in https://stefanoallievi.it › Home › Articoli

Benvenuto, S. (2018), In margine a un libro di Giovanni Orsina / Narcisismo e democrazia in Rivista Online Doppio Zero (6/6/2018).

Chomsky N., Waterstone M. (2021), Le conseguenze del capitalismo. Trad. it. Ponte alle Grazie Editore 2022.

Floridia, A.  (2018), Il “narcisismo politico”: come si manifesta, e come curarlo? In Rivista Online L’argine.

Freud, S. (1921), Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Trad. it. Boringhieri Editore, vol. 9, 1977.

Gabbard, G.O. (1994), Psichiatria psicodinamica. Trad. it. Cortina Editore, 1995.

Giddens, A. (1984), La costituzione della società. Trad. it Einaudi Editore, 1990.

Gramsci, A. (1948-1951), Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci, Einaudi Editore, 1975.

Lasch, C. (1979), La cultura del narcisismo. Trad. it. Bompiani Editore, 1981.

Łobaczewski, A. (1983), Political Ponerology: A Science on the Nature of Evil Adjusted for Political Purposes. Red Pill Press.

Orsina, G. (2018), La democrazia del narcisismo. Marsilio Editore.

Sandler J., Person E. T., Fonagy P. (1991), Studi critici su Introduzione al narcisismo. Trad. it. Cortina Editore, 1992.

Taylor, S. (2019) Patocrazia: quando persone con disturbi mentali arrivano al potere. Trad. it. in Formazione Continua in Psicologia https://formazionecontinuainpsicologia.it