di Filippo Cantarella *

 

NARCISISMO

Tendenza e atteggiamento psicologico di chi fa di sé stesso, della propria persona, delle proprie qualità fisiche e intellettuali, il centro esclusivo e preminente del proprio interesse, l’oggetto di una compiaciuta ammirazione, mentre resta più o meno indifferente agli altri, di cui ignora o disprezza il valore e le opere.

E’ probabile che leggendo questa descrizione molti di noi abbiano notato tratti che ci appartengono, infatti entro certi limiti questo stato può essere una dimensione comune; tuttavia talora può assumere dimensioni e significati patologici che interferiscono seriamente sulla vita di relazione.

Crediamo che ognuno possa indicare, tra le proprie conoscenze dirette o indirette, una persona che potrebbe essere definita narcisista, e come dicevo potrebbe non essere un problema, noi stessi potremmo averne dei tratti, ma che cosa succede se un narcisista arrivasse a ricoprire ruoli rilevanti o di potere o peggio il narcisismo in sé diventasse una componente essenziale per partecipare, per esempio, alla vita pubblica?

Per definizione, una democrazia è una comunità, basata tra le altre cose sulla continua interazione e contrasto tra individuo e collettività. Un narcisista è incapace di appartenere a una comunità o di accogliervi qualcuno, l’interesse insano per se stesso a esclusione di tutto il resto – soprattutto degli altri esseri umani – lo spinge a trascurare i bisogni degli altri e a considerarli soltanto oggetti in rapporto alla sua felicità. Il suo compagno di viaggio è la presunzione, la convinzione egoistica ed egocentrica che la sua importanza meriti una gratificazione costante.

Il narcisismo indebolisce ogni tipo di virtù, ma è particolarmente letale per la fiducia sociale che consente alla democrazia di sopravvivere nei momenti difficili.

A ben guardare l’andamento delle democrazie occidentali negli ultimi decenni ci sembra lecito porsi il dubbio se stiamo o meno vivendo in un regime patocratico (Lobaczewski, 1983).

 

 

GURU

Negli ultimi 30 anni almeno, un nutrito numero di cittadini di paesi nel mondo sviluppato, si sono infilati nel vicolo cieco di una società incredibilmente narcisista e presuntuosa scegliendo come propri rappresentanti personaggi contraddistinti, nel migliore dei casi, da una forte componente narcisistica.

Molte persone sono attratte da demagoghi carismatici in maniera simile all’attrazione che si prova per i guru spirituali, che spesso ottengono schiere di discepoli devoti nonostante i loro comportamenti poco etici.

Negli Stati Uniti, per esempio, gli americani hanno accettato di buon grado figure pubbliche narcisiste. La tradizionale impassibilità dei personaggi politici del passato è sempre stata un’arma a doppio taglio, un modo per nascondere le fragilità mediche e morali di leader nazionali, da Roosevelt a Kennedy e a Nixon. Ma l’idea che tutti i candidati a una carica nazionale dovessero essere autentici o individui con cui identificarsi è diventata una tendenza inquietante della politica americana. Fino agli anni novanta non era una qualità che gli elettori di solito trovavano attraente.

Clinton fu forse il primo a squarciare il velo facendo spesso ricorso e di fatto rendendola di uso comune, alla narrazione autocommiserativa puntando sul racconto del trauma e del suo superamento come motore per l’immedesimazione.

Parlava regolarmente delle difficoltà attraversate durante l’infanzia, non senza un certo dolore, per spiegare questioni che riguardavano la sua età adulta e risultava essere molto più interessante come personaggio che come candidato.

Non ci dilungheremo sull’ascesa di Donald Trump e del culto della personalità che gli si è creato intorno mentre era in carica e che ha continuato a circondarlo anche dopo la sconfitta anche perchè per stare in casa nostra disponiamo di esempi forse ancora più significativi.

 

BERLUSCONI

Come dicevamo, sebbene questi fenomeni avessero una dimensione internazionale e non solo italiana è innegabile che in Berlusconi abbiano trovato un interprete peculiare e innovativo e, per così dire, una congiunzione unica.  Gli storici e i politologi hanno lucidamente ricostruito la conquista del potere economico e politico da parte di Berlusconi collocandola da un lato in una dimensione di lunga durata (la debolezza dello Stato e dei valori civici in Italia, la divisione politica molto netta del paese, l’intrecciarsi di modernità e arretratezza che ha caratterizzato il suo sviluppo novecentesco); dall’altro lato, e soprattutto, nel contesto dei mutamenti strutturali del quadro economico, politico e culturale maturati a partire dagli anni ottanta.

Si tratta di condizioni internazionali, in primo luogo: l’esaurimento della guerra fredda e di una politica costituita attorno alla contrapposizione di blocchi ideologici; il «riflusso» dell’impegno sociale che aveva caratterizzato la stagione post-sessantotto; il liberismo radicale promosso da figure come Thatcher e Reagan; un’economia in cui il lavoro perde centralità a favore della finanza e del consumo; una trasformazione radicale del sistema mediale, con la sempre maggiore influenza delle TV private e commerciali che divengono strumenti cruciali di sostegno del consumo ma anche della politica. Su queste condizioni generali si innestano le peculiarità italiane: il monopolio della TV privata, raggiunto da Berlusconi con il determinante appoggio del governo Craxi, e poi Tangentopoli. Il crollo del sistema dei partiti della «Prima Repubblica» lascia il terreno della politica sguarnito e pronto ad esser colonizzato dal marketing commerciale.

È qui che Berlusconi «scende in campo» per «salvare l’Italia dalla sinistra», con una proposta politica che all’inizio viene sdegnosamente irrisa dalla sinistra stessa, da politologi e intellettuali, e che ottiene invece un clamoroso successo.

Anche altrove la televisione commerciale giocava una così grande influenza culturale, la politica si personalizzava e adottava le tecniche del marketing e della pubblicità, divi dello spettacolo o dello sport si trasformavano in governanti e parlamentari. Ma solo nell’Italia di Berlusconi c’era un premier che possedeva tutte le tv commerciali e una tra le maggiori squadre di calcio, costruiva un ceto politico fatto di avvocati e manager delle sue aziende, di veline e intrattenitrici dei suoi spettacoli; veniva poi coinvolto personalmente in scandali sessuali e sfruttamento della prostituzione, e miscelava tutto questo con un’ideologia anticomunista, sessista e omofobica, con toni forti di revisionismo storico.

E’ stato necessario insomma coniare un termine nuovo per provare a definire il fenomeno, il berlusconismo.

DEFINIZIONE

Sistema fatto di valori, rappresentazioni, pratiche sociali, forme di consumo, e in definitiva atteggiamenti morali, modi di impostare le relazioni sociali e di dare senso alla vita.

Un simile sistema culturale è al tempo stesso causa e conseguenza del potere di Berlusconi. Causa, perché i suoi successi straordinari in campo politico, economico e mediatico non possono esser letti come puri accidenti storici: il consenso che ha saputo attrarre non si spiegherebbe come frutto di occasionali seppur abili strategie, ma solo in relazione a una dimensione profonda e di lunga durata. Ma anche conseguenza: ciò che si intende oggi per «berlusconismo» sembra essere un insieme di stili di vita, immagini, ruoli sociali, etiche ed estetiche della sfera pubblica che sono state consapevolmente promosse e sono divenute egemoni.

POPULISMO

La dissoluzione dei confini tra alto e basso e tra sfere ufficiali e informali, serie e d’intrattenimento, è un aspetto di quello che è stato chiamato il populismo di Berlusconi. Questa nozione si può applicare non solo al suo stile comunicativo, ma anche al sistema di potere che ha creato. Proclamandosi portatore di un consenso che viene direttamente dalla gente, sancito dalle elezioni vittoriose ma anche e soprattutto dai costanti sondaggi d’opinione, il leader populista delegittima le altre autorità e i meccanismi di equilibrio istituzionale previsti dagli ordinamenti democratici. La separazione dei poteri è mal sopportata da Berlusconi, che sistematicamente imputa ad essa l’impossibilità di governare come vorrebbe e di realizzare fino in fondo il suo programma.

Si è molto discusso se quello di Berlusconi sia stato un «regime» o una normale articolazione democratica del potere politico. Non c’è dubbio che tutto resti all’interno di un quadro democratico: e in questo i raffronti col fascismo sono forzati. Tuttavia la tendenza all’accentramento dei poteri indebolisce la democrazia reale, rischiando di svuotarla dall’interno. La funzione del Parlamento non è stata mai svalutata e sottomessa al potere esecutivo come in quegli anni e la lotta contro la magistratura, in nome della immunità del leader voluto dal popolo, è stata tratto costante dell’intera esperienza berlusconiana.

Ma soprattutto, è la concentrazione di potere politico, economico e mediatico senza riscontro negli altri paesi cosiddetti occidentali – che ha portato a leggere il potere berlusconiano come qualcosa di diverso da una democrazia.

Nella loro accezione classica i modelli autoritari (dispotismo, autoritarismo) si fondano sulla occupazione dello Stato e sulla sua fortificazione. Quello di Berlusconi è invece un progetto che si innesta sull’indebolimento dello Stato e lo accentua sempre di più.

Berlusconi non ha bisogno dello Stato come mediatore nei rapporti con i cittadini. Agli apparati statali preferisce una comunicazione diretta di tipo pubblicitario e commerciale. Se occupa i posti chiave dello Stato è per svuotarli di significato, per impedir loro di ostacolare una sua idea di sfera pubblica come radicalmente destatalizzata.

Non in questa sede ragioneremo sull’eredità culturale e politica che B. (da questo momento abbrevieremo il cognome) ha lasciato ma non è possibile non cogliere la linea di continuità tra il populismo di B. e quello dell’attuale classe politica italiana, evoluto e adeguato ai tempi e ai mezzi oggi a disposizione.

B. ha messo in atto tutte quelle pratiche a cui accennavamo relative a screditare, indebolire e distruggere l’apparato democratico, certo in maniera fluida e leggera ma si fatica a non cogliere nella figura di B. i tratti di un leader narciso.

VOGLIA DI PUREZZA

Occorre tenere presente che con tutte le imperfezioni del caso viviamo pur sempre in un contesto democratico dove i leader politici sono eletti, quale è dunque il riflesso dei leader narcisisti su chi li elegge?

Un “narcisista politico” è quell’individuo che, nel valutare le proprie possibili scelte di voto, assume come unico, inappellabile metro di misura, il grado con cui una determinata offerta elettorale riesce a rispecchiare interamente le proprie idee. Con inflessibile rigore pretende che l’offerta elettorale che gli viene prospettata sia perfettamente collimante con le proprie idee e opinioni. Peraltro non ha dubbi di sorta: le proprie idee sono chiare e distinte, non è corroso dal tarlo dell’incertezza, sa già perfettamente ciò che vuole. E, dunque, per concedere il proprio voto a qualcuno, questi deve riflettere l’immagine di sé che ci si è costruito.

L’idea che si possa stare solo tra chi la pensa esattamente allo stesso modo, e che il voto sia l’espressione di un’identità a tutto tondo, integrale, senza residui: il proprio Ego diviene la misura di tutte le cose. Ci si sottrae alla fatica della contaminazione.

La tendenza a individuare un nemico (l’opinione pubblica non aderente, gli scienziati, gli studiosi e, in genere, coloro che non aderiscono a questa religione di democrazia narcisistica fondata sul nulla, ma espressa in un like) e a polarizzare le posizioni senza possibilità di confronto è predominante e costituisce terreno fertile per il gioco demagogico cha fa leva sulle preoccupazioni di massa e ha bisogno di nemici.

Il “narciso politico” teme il contatto, esige la purezza, rifugge dalle imperfezioni. 

E’ autoreferenziale: è il tuttologo che può pronunziarsi su tutto e trova conforto in comunità chiuse che si contrappongono ad altre comunità, rifiuta la scienza e la razionalità obiettiva: confonde la democratizzazione politica con la democratizzazione generica del sapere.

La pretesa cieca dell’uguaglianza, il senso di onnipotenza derivante dalla tecnologia che (solo apparentemente) permettono la disponibilità di ogni tipo di informazione, incentivano l’ossessione presuntiva del suo sapere.

Non a caso imperversano teorie complottistiche, ritornano le superstizioni e attecchiscono leggende popolari. Il narcisista preferisce «credere a complicate sciocchezze anziché accettare che la situazione in cui si trova sia incomprensibile». La politica è un twitt o una diretta Facebook, uno streaming.

E’ singolare che tutto “precipiti” nel momento elettorale: come se, nella scelta della lista da votare, si dovesse esaurire l’intera propria capacità di esprimersi politicamente. Le elezioni, e le liste che si presentano, sono uno strumento in sé imperfetto, sono uno strumento della democrazia, non la esauriscono; il voto è un momento importante di partecipazione politica, attraverso cui si costruisce una rappresentanza parlamentare: non sono l’unico luogo della partecipazione. Coloro che si pongono l’obiettivo di una radicale trasformazione sociale dovrebbero sapere che un tale obiettivo richiede un lavoro di lunga lena, la nascita di grandi movimenti di massa, la “molecolare” capacità di cambiare la coscienza degli individui. 

In caso contrario l’elettore è lasciato solo con se stesso, indotto a cercare delle “scorciatoie cognitive”, ad affidarsi a meccanismi elementari di identificazione: l’immagine che ci si è fatta di un leader, le idee più o meno raccogliticce che si raccolgono nei media o nei social, l’impressione che si ricava da un talk-show televisivo. Alla fine, l’assenza di luoghi e di momenti in cui si possa praticare un ragionamento politico, produce la solitudine dell’elettore: e quindi, non avendo più modo di confrontarsi con gli altri, la scelta politica diviene tendenzialmente solipsistica o, comunque, si forma entro cerchie ristrette, tra individui che la pensano allo stesso modo. Alla fine ci si convince di qualcosa, e difficilmente questa convinzione trova modo di essere messa alla prova in un dialogo razionale. La politica ha perso ogni dimensione collettiva: e così, sempre più spesso, il cittadino-elettore si illude che le “proprie” idee siano tutte “sue”, laddove magari le ricava in modo del tutto causale e irriflessivo dalle cose disparate che gli capita di ascoltare.

NESSUNA VIA D’USCITA?

E se il narcisismo si fosse trasformato da disturbo psicologico a forma mentis dell’intera società proprio perchè insito nella forma di stato attuale in occidente?

Il populismo è una degenerazione inevitabile dello spirito democratico?

La democrazia forse non può riuscire a soddisfare fino in fondo l’implicita o anche esplicita promessa di felicità e benessere per tutti. Lo stato liberale secolarizzato si fonda su presupposti che esso stesso non è in grado di garantire (Bockenforde, 1976).

Il desiderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile, a mano a mano che l’uguaglianza si fa più grande.

Il pericolo, infatti, è che: <<si manifesti una massa di individui omogenei e uniformi, autocentrati e incapaci di differenziarsi. In questo modo, ogni tipo di autorità viene rigettata, vissuta come ingiusta e traditrice dell’ideale democratico>> (Orsina, 2018).

A metà degli anni sessanta è andata sempre più emergendo, la pretesa che la promessa democratica fosse realizzata nell’immediato, tutta e subito.

E’ accaduto che, con i movimenti degli anni 60, complessi e controversi e passibili di contrastanti e divergenti interpretazioni, un’azione sociale esercitata per liberare l’individuo, ha finito per esaltare la sua individualità, trasformandolo in un’entità anonima e passiva.

Nonostante la correttezza di molte delle istanze allora poste, il movimento è forse stato incapace di porsi all’altezza dei problemi che esso stesso sollevava. L’errore d’origine fu la scissione tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità, tra risultati e meriti, e il predominio assoluto dei desideri su ogni altra considerazione.

Le élite politiche occidentali si sarebbero quindi “indebolite” nei decenni successivi proprio nel tentativo di soddisfare, o di arginare, il rilancio della promessa di assoluta emancipazione individuale.

La politica, senza cedere alla pressione individualistica, avrebbe dovuto iniziare a frenare le sue promesse perdendo, tra le altre cose, la sua funzione di filtro tra i cittadini e altre istituzioni, magari tecniche e non politiche: il mercato, l’euro, banche centrali, l’unione europea etc.

Il mito della democrazia diretta ha soppiantato la più prosaica, ma reale, e sostanziale democrazia rappresentativa e liberale.

Ognuno vuole decidere su tutto senza mediazioni o intermediari e senza nemmeno averne le competenze specifiche.

La meritocrazia ha ceduto il posto a una sorta di mediocrazia che finisce spesso per convertirsi in un pericoloso conformismo di massa.

Se la democrazia promette a ognuno la massima autonomia il rischio è quello di perdere non solo autorità, ma soprattutto autorevolezza.

E non si può promettere quel che non si può mantenere senza pagarne alla lunga il prezzo.

Il narcisismo populista è dunque la “salvezza”: i vecchi valori non ci sono più e non sono stati sostituiti, una macchinosa burocrazia, un sociale protettivo e invadente, una famiglia in crisi e comunque privata delle sue principali funzioni (produttive, riproduttive, educative, assistenziali); tutto ciò induce l’uomo a realizzarsi nel tempo libero, col consumo di oggetti, simboli e sesso; tutto è divenuto hobby in un perenne e deludente usa e getta.

Per dirla con le parole di Lasch (1976): <<Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie “realizzazioni personali>>.

CONCLUSIONI

Dunque esiste il pericolo che la Patocrazia prenda il potere?

Sebbene esista chi sostiene che questo sia già successo non abbiamo una risposta.

Ci si può difendere? E come?

Sicuramente una riposta politica rileverebbe come fondamentale il bisogno di preservare e rafforzare le istituzioni e i processi democratici ma abbiamo il sospetto che non sia sufficiente.

Cercare la complessità, non semplificare.

Spaventa il mutamento degli aspetti di socialità, oggi la dimensione del fare insieme è fortemente compromessa, si preferisce fare da soli quello che in passato veniva fatto in gruppo per poi mettere in vetrina e raccogliere approvazione facendo mancare la dimensione del confronto, del perseguimento dell’interesse comune, della critica costruttiva in favore della polarizzazione, del perseguimento della gratificazione immediata che crea uno stato di inquietudine e insoddisfazione perenne, la ricerca della crescita lineare dell’autostima mentre i legami con gli altri diminuiscono per cui amiamo sempre di più noi stessi e meno i nostri vicini.

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

Bockenforde E. W. (1976), Stato, Costituzione, Democrazia. Trad. it. Giuffrè Editore 2006

Dei F., (2011), Pop-politica: le basi culturali del berlusconismo. Studi culturali, n.3.

Floridia A., (2018), Il narcisismo politico”: come si manifesta, e come curarlo? https://www.largine.it/index.php/il-narcisimo-politico-come-si-manifesta-e-come-curarlo/

Lasch C., (1976), La cultura del narcisismo. Trad. it.Bompiani Editore1981

Łobaczewski, A. (1983), Political Ponerology: A Science on the Nature of Evil Adjusted for Political Purposes. Red Pill Press

Nichols T., (2021), Perché il narcisismo è un pericolo per la democrazia. https://www.linkiesta.it/2021/10/perche-il-narcisismo-e-un-pericolo-per-la-democrazia/

Orsina G., (2018), La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica. Marsilio Editore

Taylor S., (2019), Pathocracy. When people with personality disorders gain power. https://www.psychologytoday.com/us/blog/out-the-darkness/201907/pathocracy

*Filippo Cantarella è educatore e responsabile del Centro Diurno Arcipelago di Genova